My Ideal Blog : Globalartisticfusion.blogspot.com di Patrizio De Santis Patrizio De Santis è titol

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Questo blog è nato come se fosse un'isola felice dove sperimentare una scrittura personale e condividere le mie passioni con qualsiasi internauta interessato alla bellezza. La sua dinamo propulsiva è la passione e l'amore per l'Arte. Ho realizzato uno spazio libero e autogestito, impostando tale contenitore come se fosse un potenziale Magazine cartaceo di approfondimenti culturali e artistici. Global Artistic Fusion è una sintesi della mia ricerca popolare e culturale: un mondo che vi offro nel My Ideal Blog 2.0

lunedì 15 luglio 2019

Juri Camisasca - La Finestra Dentro in un fiume di Luce : non cercarti fuori ma dentro.




Roberto Camisasca nasce il 9 Agosto del 1951 a Melegnano ( Mi) ma possiamo considerarlo un siciliano poiché da' tempo si è integrato con l' isola fino a farne una dimora spirituale e di pace ; Juri è un cantautore e musicista ma sopratutto un monaco asceta pittore di icone e immagini sacre e io ho scelto di parlare del suo lp d'esordio partendo esattamente dalla ricerca mistica, di conseguenza ho cercato una chiave di lettura con il nostro tempo contemporaneo attraverso il brano " Un fiume di luce " anche perché questa visionaria opera del 1974 è di fatto molto lontana dal presente del maestro e uomo di fede che tutti conosciamo, forse più per la collaborazione con Franco Battiato.  Tuttavia io mi sento di affermare che soltanto in apparenza è così, perché musicalmente e artisticamente La Finestra Dentro non può essere più riproposto, eppure senza questo lp, le cui liriche devastanti e terribili sono cosa nota, non ci sarebbe stato tutto il resto, tra cui il docufilm " Non cercarti fuori " di Francesco Paolo Palladino per la rete culturale e alternativa di Solchi Sperimentali Italia di Antonello Cresti. La natura di tutta la vicenda umana di Roberto Juri Camisasca si manifesta dunque dall' aver aperto le ante della finestra dentro per conoscere le ombre dei demoni interiori, e solo in seguito, dopo aver fatto ordine si è compiuto il cammino di un evoluzione interiore. Il senso di questo mio servizio è anche quello di ribadire che cercarsi fuori equivale a non trovarsi mai, ed allora io vi invito al viaggio. Un percorso umano che ho iniziato io stesso, e sono solo all' inizio.

Un fiume di Luce

In questo istante, la mia mente
Fa amicizia con la luce
M'illumina
Per la prima volta
In vita mia
Poi attraversa la mia figura
E dilaga fra le vene
Ora in me esiste un fiume di luce
Coi suoi piccoli affluenti
E come il ghiaccio alla luce del sole
Io mi sciolgo lentamente
Ed ora
Io sono incandescente

La Finestra Dentro è sicuramente un lp atipico e sopratutto al di fuori dei canoni del genere progressivo italiano, ed è il frutto di un giovanissimo Juri Camisasca che in seguito avrebbe approcciato altri stili, tra cui l' elettronica, la musica sacra e la canzone d' autore più introspettiva e profonda, nonché un percorso da' monaco che personalmente ho avuto modo di apprezzare di persona nella sua " Adunanza mistica " un progetto ancora in atto nelle chiese e nei luoghi sacri dove la musica incontra la spiritualità. Allora questo disco rappresentava il diario delle esperienze di un personaggio singolare e inquieto, molto tormentato e se vogliamo dirla tutta, forse era il primo segnale di un risveglio di una chiamata ascetica verso la luce.

Amico di Franco Battiato, si conoscono durante la leva militare, a Udine, e per merito di quest'ultimo giunge il contratto discografico con la piccola Bla Bla di Pino Massara, che era una realtà milanese con un catalogo di tutto rispetto, tra cui gli lp Fetus, Pollution, Sulle corde di Aries. Juri porta in dote un campionario di canzoni folk sghembe, spurie e acide, ma sopratutto una vocalità volutamente angosciata, esagerata, quasi disturbata e sgraziata, attraversata da' un incubo schizofrenico e kafkiano ma non è un demerito, o una carenza, al contrario è un utilizzo drammatico  del canto per vivere le liriche dei suoi testi in una forma espressiva totalizzante e catartica, da cui si evince che il cantautore era alla ricerca di un se stesso profondamente diverso, sommerso nel proprio inconscio.

Come Franco, entrambi rappresentano un alternativa milanese concretamente " sui generis " e radicale. Juri però non è assimilabile a niente e nessuno e forse è questa la sua forza e nel contempo il limite, se parliamo da' un punto di vista strettamente commerciale, anche perché rispetto ai lavori di Franco Battiato fu' molto difficile promuovere un lavoro come " La Finestra Dentro " e per rendere un idea di ciò voglio riportare uno stralcio di un servizio di allora finito nel libretto interno dell' album : « Juri Camisasca era un ragazzo dell'hinterland milanese, ma sembrava che Franco l'avesse scovato in capo al mondo. Le sue prime foto promozionali mi fecero pensare a un gatto impaurito (e perciò pericoloso). Aveva 22 anni, ma ne dimostrava anche meno, tanto era timido, impacciato, quasi impreparato al contatto con gli altri. Parlava a sprazzi, con fare schietto e vagamente sognante. Ma quando imbracciava la chitarra si trasformava: una voce sorprendente, dai toni irruenti e allucinanti, per trasportare gli ascoltatori dentro i suoi incubi surreali. Non c'era in lui nessun progetto intellettualistico, non era sbarcato nessun Kafka nell'industria della canzone: l'assurdo emergeva terribile dalla realtà tutt'intorno e lui era solo un testimone ignaro e un po' infantile che cercava di coglierne il senso. Il suo album d'esordio ebbe una buona accoglienza dalla critica: ma Juri viveva al di sopra di ogni problematica di successo... » (Peppo del Conte - Libretto dell'album La finestra dentro - 1975)

I musicisti coinvolti nella realizzazione di questo lp aiutarono Camisasca a fare ordine e a mettere a fuoco delle idee che in verità non erano il frutto di una lettura dell' opera letteraria  di Kafka " La Metamorfosi " ma il primo passo di una ricerca interiore allora molto confusa, in seguito sfociata in un spiritualismo che come ho già scritto, ho avuto la fortuna di incontrare circa due anni fa, dal vivo, in una delle sue tante " adunanze mistiche "e di questo lp Juri aveva offerto soltanto il brano che lasciava intravedere il futuro, mi riferisco alla bellissima " Un fiume di luce " dove il trattamento per sintetizzatori di Franco Battiato crea il miracolo della suggestione. Oltre a Franco troviamo Lino Capra Vaccina degli Aktuala alle percussioni,  Maurizio Petrò alle chitarre, Gianni Mochetti al basso.
Il lato A del 33 giri si apre con il brano " Un galantuomo " e si annuncia devastante, sopratutto nel suo incedere acido e ipnotico, un vero incubo dove le percussioni di Capra Vaccina e la voce tormentata e psicotica di Juri creano un vero disagio all' ascolto, ma che al contrario sono la liberazione di un demone interiore che chiede al mondo di essere ascoltato, compreso e salvato dalla società. Ognuno di noi convive con il proprio demone, e questo dualismo dell' Ego è sacro perché ci permette di compiere l' evoluzione interiore. I nostri demoni vogliono essere curati in un abbraccio di luce. Segue la breve e sconsolata depressione di una ballata, " Ho un gran vuoto nella testa ", un segmento minimale che precede il ritorno delle ombre interiori con il brano considerato Kafkiano per eccellenza " La Metamorfosi " e quindi ritornano le atmosfere lugubri e disturbate del brano di apertura dove si parlava di topi che scorrevano nelle vene, fino a devastare il cervello. Nella metamorfosi di Juri c'è la descrizione catartica di una mutazione umana ad insetto ma è chiaro che il cantautore utilizzi un immagine metaforica per parlare di un' altra vita che desidera venire alla luce per risplendere d'amore e bellezza.

Il brano " Scavando con il badile " è la rappresentazione metafisica di un regno sotterraneo che non è altro che la coscienza umana che si pone un dubbio esistenziale verso il regno animale. Sicuramente questo brano è tra i più lugubri che siano stati concepiti nella decade italiana degli anni settanta ma ha in nuce molto di ciò che sarà il risveglio di coscienza di Roberto Juri Camisaca, monaco e asceta, autore di opere fondamentali come il Te Deum, Il Carmelo di Echt, Arcano Enigma.
Il lato B si apre con una storia che attinge a piene mani dalla vita reale del musicista, ed è la triste vicenda di un caro amico, John, ex muratore, in seguito travestito e prostituta finito assassinato in una notte di " mestiere " e gratuita violenza, e quindi ci rivela il dramma interiore di non poter essere diversi in una Milano che ancora non contempla l' omosessualità, se non come un qualcosa di sporco e depravato da' nascondere nel circolo vizioso delle notti, tra i bivacchi e la nebbia, dopo aver perso il lavoro e la faccia. Nel cammino di Camisasca questo dramma coincide con il brano già citato " Un fiume di Luce " che è in verità una finta beatitudine prima di una violenta crisi mistica, dove la pazzia avvolge momentaneamente il " Cammino " dell' evoluzione interiore, perché con la lunga e articolata " Il Regno dell' Eden " c'è il delirio, poiché ogni cosa descritta è paradossale, ed è attraversato da' ombre e luci, tra Cristo e Anticristo. Si tratta del brano più " progressivo " e quindi strutturato in una forma più complessa ed elaborata, anche per via della sua durata di quasi una dieci minuti, che permette il compimento d'un lavoro d'insieme con il resto dei musicisti e si sente molto la mano di Franco Battiato, non a caso ci sono lontani echi di " Pollution "


La Finestra Dentro precede altre esperienze legate ai musicisti coinvolti nella " giusta vibrazione ", Claudio Rocchi, Mino De Martino, Terra di Benedetto, Claudio Rocchi, Francesco Messina e Raul Lovisoni e in seguito tutto ciò che sarà la Factory di Franco Battiato  e Giusto Pio, con Alice, Milva e tante altre punte di eccellenza del Pop più colto e raffinato degli anni ottanta. Basterebbe ascoltare i brani che Juri ha scritto per Alice, " Nomadi " e " Il Sole nella Pioggia ", dove Roberto Camisasca è l' anima salva del cammino interiore verso la luce, monaco e asceta.  Con Franco Battiato ha modo di lavorare con regolarità nelle opere : Genesi, Gilgamesch, Talesio. Chi ha avuto la fortuna, come il sottoscritto, di incontrarlo nella sua Adunanza Mistica ha attinto a tale bellezza, ma segnalo che negli ultimi anni tante sono state le iniziative legate al suo nome, per esempio il docufilm " Non cercarti Fuori " del musicista sperimentale Francesco Paolo Palladino, ambientato in Sicilia, un isola dove l' arcano enigma si manifestata ogni giorno, cosa che si evince dalla stessa mitologia del titano Tifeo, imprigionato dagli dei nelle viscere della terra. Un progetto curato tra l' altro dall'agitatore culturale di Solchi Sperimentali Italia, il toscano Antonello Cresti. A questa iniziativa voglio aggiungere la pubblicazione di un doppio lp particolarmente affascinante ed essenziale, " Evoluzione Interiore " che documenta ciò che Camisasca ha concepito negli anni settanta subito dopo il suo tormentato esordio discografico, ed è pura ricerca sperimentale del suono suddiviso in quattro lunghe composizioni : La Consapevolezza che tutto pervade Parte 1 e 2, Sincronie 1 e 2. Evoluzione Interiore è nell' insieme un mondo sonoro molto vicino al Telaio Magnetico, lo storico ensemble del 1975 dove c'erano figure di rilievo come Battiato, Terra Di Benedetto, Mino di Martina, Lino Capra Vaccina, Roberto Mazza. Una documentazione inedita del 1978 licenziata dalla label Black Sweat Records. Per concludere trovo doveroso spendere qualche riga per segnalare la collaborazione musicale con Rosario Di Rosa nel bellissimo cd Spiritually, uscito per la Warner Records nel 2016, ma anche far presente che Juri è riuscito a coniugare la spiritualità della sua vita legata al " voto " con la musica, in maniera coerente e ammirabile.

La Finestra Dentro, di Juri Camisasca. ( Bla Bla,1974)

Elenco tracce

A1 Un Galantuomo 4:38
A2 Ho Un Grande Vuoto Nella Testa 3:45
A3 Metamorfosi 4:40
A4 Scavando Col Badile 6:00

B1 John 6:45
B2 Un Fiume Di Luce 2:10
B3 Il Regno Dell'Eden 9:50

Società, ecc.

Distributed By – Dischi Ricordi S.p.A.
Recorded At – Regson Studio
Published By – Edizioni Musicali Bla Bla

Riconoscimenti

Art Direction – Ariel Soulè*
Bass Guitar – Gianni Mocchetti
Drums – Gianfranco D'adda
Engineer – Gianluigi Pezzera, Luciano Marioni, Paolo Bocchi
Guitar – Gianni Mocchetti, Mario Ellepi, Maurizio Petrò
Keyboards – Franco Battiato, Pino Massara
Lyrics By, Music By – Juri Camisasca
Percussion – Gianfranco D'adda, Lino "Capra" Vaccina*
Photography By – Roberto Masotti
Producer – Franco Battiato, Pino Massara
Synthesizer [VCS 3] – Franco Battiato
Violoncello – Marco Ravasio
Vocals – Antonella Conz, Rossella Conz
Vocals [Voce Solista], Guitar – Juri Camisasca


lunedì 17 giugno 2019

La Santa Maria Maddalena di Carlo Crivelli. la controversa rappresentazione del sacro attraverso la Gnosi cristiana.

[ - Il mio omaggio per la città di Ascoli Piceno, le Marche, Venezia e le mie radici culturali. - ]

Carlo Crivelli (Venezia, 1430 – Ascoli Piceno, 1495)

- Intro servizio -

Carlo Crivelli (Venezia, 1430 – Ascoli Piceno, 1495) è stato un pittore italiano che si formò inizialmente a Padova per poi entrare nella corrente rinascimentale nel sud delle Marche, nello specifico la zona ascolana, dove la sensibilità "inquieta"
della sua idea d'arte, inizialmente influenzata da Donatello,
divenne una prospettiva di innovazione del tutto originale e importante, cara all'adriatico per peculiarità e importanza.
L' arte del Crivelli restò sempre in bilico fra nuove prospettive e intenso espressionismo, contraddistinta dal disegno incisivo, teso, a tratti nervoso, forse anche per una continua ricerca mistica nel dipinto. Una mano sicuramente in grado di trascendere e proprio per questo motivo l'altra peculiarità delle sue opere consiste in un evidente aspetto di sontuoso decorativismo tardogotico dove il particolare viene esaltato in in ogni aspetto, sopratutto nel dettaglio.


- La Santa Maria Maddalena di Carlo Crivelli -

la controversa rappresentazione del sacro attraverso la Gnosi cristiana ( il capolavoro dell' autore)

La Santa Maria Maddalena di Carlo Crivelli è un opera del 1476 circa, conservata nel Rijksmuseum di Amsterdam, ed è un simbolo del Rinascimento ascolano; un dipinto che da solo è in grado di rappresentare il Piceno e l' Italia come eccellenza nel mondo. Ho scelto lei perché è un soggetto a me spiritualmente caro, ma è inutile dire che è tra le mie opere preferite per via del volto di donna altera, e in questo Crivelli era minuzioso fino a lambire l' ossessione maniacale. Come ho già scritto si tratta di un' artista inquieto, d'origine veneta, innamoratosi di Ascoli Piceno fino a desiderare d'esserne parte, ovviamente senza mai rinnegare le sue vere radici. Troviamo alcune opere nella pinacoteca di Ascoli e in quel di Camerino, cittadina piccola ma universitaria.
Tutto il mondo è paese è un detto che si concretizza solo con la massima espressione d' equilibrio e armonia dei popoli, e in virtù di ciò noi possiamo asserire che l' arte e la cultura sono entrambe utili per interiorizzare la tradizione con l' occhio lungimirante dell' innovazione, del resto sono la base per le fondamenta della civiltà. Il Crivelli comprese bene tutti questi aspetti, in quanto inizialmente ispirato dall' arte pittorica di Donatello, fece dell'arte rinascimentale un peculiare e originale modus operandi teso e nervoso, che si è poi tradotto in un " perenne movimento " introspettivo in grado di prefigurare l'impressionismo. Nel contempo possiamo asserire che l' artista con lo studio e la ricerca in atto, nel suo approfondire le potenzialità del dettaglio, abbia goduto sempre di massima credibilità, e che nella realizzazione della propria visione sia stato un talentuoso visionario.
Per non ripetermi troppo con la mia pregressa introduzione vorrei solo riprendere l' aspetto caratteristico della sontuosità decorativa tardogotica per far presente che l' autore, esasperando tale aspetto, IMPRIME VIGORE ALLO SGUARDO AUSTERO DELLA MARIA MADDALENA, a tal punto di inventarsi uno stile nello stile, superando eccellentemente la scuola, ma comunicando sopratutto una tensione emotiva interiore evidentemente presente nel suo personale rapporto con la fede.
Nel caso della Santa Maria Maddalena, ritenuta a ragione una delle migliori opere realizzate nel mondo, si possono individuare diversi particolari : l'acconciatura regale da vera principessa è ciò che cattura al primo dei nostri sguardi, ma se si analizza attentamente il dipinto si noterà la mano che tiene sollevata l'ampolla con gli unguenti, dettaglio essenziale perché simboleggia l' importanza storica della santa in tutti i vangeli, ufficiali, apocrifi o gnostici; non da meno è l'altra mano, dove con le punta delle dita Maria solleva il mantello verso una parte del basso ventre, e ciò trascende nella perfezione assoluta dando ampio slancio vitale al dipinto, anche perché ci offre svariate chiavi di lettura [...] la promessa di fedeltà al Cristo potrebbe simboleggiare addirittura il Santo Grall, la Gnosi, oppure nel più canonico dei casi la redenzione evangelica.

Conclusioni di Patrizio De Santis

E' un peccato che molti giovani marchigiani siano cosi poco interessati al grande patrimonio artistico culturale collettivo, a tal punto da perdere molte consapevolezze. Nella mancanza di prospettiva del territorio, privi come siamo della memoria storica, non si è in grado di svolgere un lavoro di cultura e approfondimento nel contesto post moderno, volendo anche nell' utilizzo delle innovazioni tecnologiche e nelle avanguardie. Con My Ideal Blog mi sono posto esattamente tale problema, perciò ho cercato di svolgere una trattazione intelligente e approfondita ma senza dimenticare la scuola e la formazione, per me fondamentali.


Ciò che mai più non si sedimenta lo si perde, e non interiorizzando tale lascito come background territoriale, si ha un vissuto da albero sradicato soggetto alla perdita di identità ma sopratutto ci si priva di strumenti essenziali per esser parte del presente in maniera costruttiva, perché senza una consapevolezza storica si è soggetti ai condizionamenti dei modelli diseducativi della storia tardo-occidentale, protesa verso l'americanizzazione stessa degli stati europei. Per ora è sufficiente parlare di Carlo Crivelli !



La Stanza della Musica : Celeste - Il Risveglio del Principe ( Mellow Records)

Celeste - Il Risveglio del Principe  ( Mellow Records)


Il nome di Ciro Perrino è poco noto in Italia ma molto valorizzato all' estero, sopratutto in Giappone e in gran parte del Sud America, eppure il maestro è stato uno dei primi musicisti a diffondere il verbo del Rock Progressivo fin dalle prime esperienze live della band Il Sistema, tra il 1969 e il 1971, in una Genova ancora legata alla forma canzone tradizionale e leggera. Il progetto Celeste è la gemma più splendente e nel contempo nascosta della scena italiana e se oggi ne parliamo il merito è da attribuire al discografico Mauro Moroni che fin dai primi anni novanta si è prodigato nelle ristampe
del catalogo, che include anche i demo e le incisioni inedite della band, oltre che a dare paternità ad un nascente rinascimento progressive svincolato dal passato, diciamo contemporaneo. Ciro nasce come batterista ma evolve presto a tastierista, sia nell' ambient che nell' Elettro Prog minimale. I Celeste hanno vita breve tuttavia hanno lasciato una buona sementa mai del tutto dispersa ed esaurita. Principe di un giorno risale al 1976, pubblicato dalla piccola label Grog dei fratelli Vittorio e Aldo De Scalzi ( Aldo collaborava nel disco Principe di un giorno). All' epoca c'erano i Picchio dal Pozzo di  Aldo De Scalzi, i Celeste di Ciro Perrino, infine il versante mainstream dei New Trolls, a Genova la la seconda scena progressiva volgeva purtroppo al termine. Mauro Moroni ha raccolto la semina di questo duro lavoro di autoproduzioni e autogestioni, voglio ricordare che oltre la Grog esisteva la Magma, una label coraggiosa per lp come Il Concerto delle Menti dei Pholas Dactylus, l' omonimo degli Alphataurus e i due N.T Atomic System di Vittorio De Scalzi.


Il Risveglio del Principe è prodotto e pubblicato dalla Mellow Records e ci sono sostanziali novità, perché questa volta tutto il materiale composto è da attribuire al bravissimo Ciro Perrino, la cui profonda scrittura è ammantata da una poetica spirituale d' abbacinante bellezza, senza contare che i Celeste non sono più un semplice quartetto dalle grandi potenzialità ma un laboratorio aperto alle più variegate voci strumentali, l' elenco dei musicisti coinvolti nella seconda reincarnazione della band e considerevole, ma ci arriveremo con calma.

Voglio parlare della metafora fiabesca di questo Principe, anche perché è la chiave di lettura per comprendere tutto il lavoro, ma sopratutto dire il perché oggi sia importante ascoltare l' album e essere parte di questo risveglio verso la nobiltà della purezza d' animo. Il principe è sostanzialmente il risveglio della purezza spirituale e umana di un individuo che fa ritorno in un luogo della memoria appartenuto ad una vita passata e recupera il cammino della luce che vince sulle tenebre. Come fu per il Principe di un giorno, Il risveglio e il ritorno dei Celeste coincide con il desiderio di raccontare di questo luogo della memoria dove la verità della natura ci parla in un abbraccio di candore e luce. In sintesi, ogni individuo è principe di un giorno e può ritrovarsi nel risveglio spirituale, nell' essenzialità e nell' armonia di una legge naturale universale. Per raccontare questo lunghissimo viaggio interiore Ciro ha utilizzato la metafora fiabesca e concettuale che in generale noi conosciamo bene nel Rock Progressivo.

Il nuovo lp dei Celeste gode di un' armonia musicale certosina, un progressive dal sinfonismo pastorale pacato dove le tastiere sono predominanti ma che sono sorrette dagli strumenti a corda, flauti, sassofoni, archi, percussioni e un basso dinamico, non ci sono i virtuosismi tipici del genere ma impressioni emotive, narrazioni la cui costruzione musicale rimanda alla descrizione di situazioni anacronistiche di un tempo mai avvenuto, e quindi presente e futuro ma memore di un luogo preesistente. Se il presupposto iniziale dei Celeste era stato quello di slegarsi dai modelli anglosassoni e trasformare la sezione ritmica in una voce strumentale d'insieme simile ad' un ensemble da camera " serio ", di conseguenza vicino al mondo della classica contemporanea, qui il discorso si fa più corale e orchestrale, e gode di arrangiamenti di largo respiro.
Un album di canzoni metafisiche ma non complesse perché respirano di un afflato popolare e di un abbacinante bellezza. Brani come  " Principessa Oscura ", " Falsi piani lontani " " Fonte perenne ", " Bianca Vestale " e " Statue di sale " sono quanto di meglio prodotto dai Celeste, anche se non è corretto fare alcun paragone con l' originale progetto del 1976, dove Ciro si era occupato dei testi lasciando la struttura delle composizioni musicali alla band. Entrambi i lavori sono essenziali e vanno contestualizzati; nel caso di questo nuovo lp tutte le musiche e i testi sono da attribuire al maestro che ha alle spalle una carriera ricca di esperienze eterogenee, ricordiamo i St. Tropez, la Compagnia Digitale, i lavori solisti nell' ambito dell' elettronica e della minimal music.

Ciro Perrino si occupa delle tastiere e della voce solista, ma memore del suo passato come batterista si impegna anche nelle percussioni sciamaniche, il quartetto di cui è leader è composto da Mauro Vero alle chitarre e i cori, Francesco Bertone al basso elettrico. Sergio Caputo al violino, e Enzo Cioffi alla batteria. Questa formazione si allarga ai contributi di altri talentuosi strumentisti che vale la pena menzionare tutti : Marco Moro ai flauti e al sax tenore, Massimo del Pra al pianoforte, al Rhodes e al clavicembalo, Mariano Doper al violoncello e ai cori, Marzio Marossa alle percussioni e ai cori, infine Andrea Martini al sax contralto e al tenore. Questa coralità di voci strumentali si integra con dei guest musicians che offrono piccoli e mirati contributi ma essenziali : Alfio Costa con il suo organo Hammond, il canto di Elisa Montaldo , il Rainstick di Claudio Errico in " Qual fior di loto " e " Statue di sale ", il piccolo Ciro Perrino Jr nella voce recitante di " Qual fior di loto " e il gong nel finale di " Fonte perenne ". Segnalo che all' inizio di "Fonte Perenne " ci sono le vocine di Ciro, Emma e Sara.

Il disco è stato realizzato attraverso una campagna di crowdfunding, ed ha coinvolto lo stesso pubblico del maestro Perrino.  Il produttore esecutivo è John Berkhout e le registrazioni sono avvenute nello studio Mazzi Factory fra Maggio e Novembre del 2018, curate da Alessandro Mazzitelli, mentre i missaggi sono opera del Sound Designer Marco Canepa. Il mastering è stato effettuato presso gli studi di Stefan Noltemeyer di Berlino. E' uscito in limited edition in formato vinile a 33 giri e successivamente nel formato Compact Disc.

Il risveglio del Principe non ha avuto subito una grande visibilità in Italia ma in compenso è stato accolto bene nei mercati dove i Celeste sono divenuti un culto, a partire dal Giappone per giungere nelle Americhe, sopratutto nel Brasile, anche in alcune nazioni dell' Unione Europea, e ciò non sorprende più di tanto considerando che il prodotto è fuori dagli standard tipici del progressive autoctono, di sicuro molto originale e raffinato. Personalmente giudico questa incisione al di sopra della media, almeno per i tempi, di conseguenza un ottimo disco, indispensabile per chi ama la buona musica a prescindere. Io ho la fortuna di avere Principe di un giorno, Il risveglio del Principe, le prime incisioni della band Il Sistema autografate dal maestro Ciro Perrino, e il mio timore è che questo progetto non trovi le possibilità per essere supportato dal vivo, almeno per il momento.  Ho voluto recensire il disco per dare un contributo, seppur marginale, ai Celeste, perché sarebbe interessante prefigure un oltre fatto di brani inediti e concerti. Non mi resta che segnalare il sito ufficiale di Ciro Perrino : https://www.ciroperrino.nl/



domenica 16 giugno 2019

Pier Paolo Pasolini : "La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza"


Pier Paolo Pasolini :  "La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza" / Il mio omaggio per Pier Paolo Pasolini è una profonda riflessione sulla solitudine. 

Ripropongo uno scritto di Pasolini apparentemente  disilluso e solitario ma che nella sua forma più essenziale resta un prezioso lascito per tutti noi uomini contemporanei del terzo millennio. La solitudine di questo controverso intellettuale ha fruttato un patrimonio artistico e culturale di notevole importanza storica. Questo patrimonio andrebbe rivisto con occhi diversi: in primis sarebbe opportuno spogliarlo di mitologia, per poi favorire una rilettura corale e popolare - per essere offerta e ridistribuita ai figli del popolo - come pane quotidiano. Pier Paolo Pasolini nella sua drammatica vicenda umana, ha percorso  la strada di un uomo in lotta contro un'intero sistema - mosso però da  una propensione più poetica ed esistenziale  - che politico idealista.  Pasolini non ha scelto di farsi martire - forse è accaduto  in maniera inconsapevole - perché il suo socialismo oggi ci appare come un surrogato moderno del cristianesimo.
E' stato anche un antirivoluzionario - vedere le posizioni sul 1968 - quando si  schierò dalla parte dei poliziotti durante le manifestazioni studentesche - contrapponendosi alla nuova onda rossa  borghese - motivando le sue ragioni - in quanto le forze dell'ordine erano figlie della povertà dei braccianti e dei contadini del Sud. 

La Solitudine come Croce: Pasolini l'Unto. Non sarebbe potuto essere diversamente, se per un attimo ci soffermiamo nell'analisi  critica di un'opera come "Il Vangelo secondo Matteo."  Tale mente non è un  paradosso esistenziale. Ci ha fornito dei preziosi strumenti e delle un'opportunità morali per comprendere  l'interezza e la pienezza della vita, perché come tutti gli uomini, egli è stato un santo e un peccatore alla ricerca di un senso definitivo da poter dare allo stato delle cose.  

" Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di san Francesco. Una volta mi hai parlato anche di sant’Agostino, del peccato e della salvezza come li vedeva sant’Agostino. È stato quando mi hai recitato a memoria il paragrafo in cui sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ho compreso, in quell’occasione, che cercavi il peccato per cercare la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza. Però ciò che mi dicesti su Gesù e su san Francesco, mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: “Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?”. 

Oriana Fallaci a P.P. Pasolini).



Ogni uomo abbraccia il proprio destino. C'è colui che: inquieto, vuole attingere alla fonte della verità, e c'è chi si isola tra le persone, vivendo nella superficie della società -  per non riconoscersi mai nel dubbio -  e morire in un'abbondanza destinata a disperdersi, erosa attraverso lo stallo del tempo. In Pasolini, anche per via dei propri mezzi creativi ( cinema, teatro, e scrittura poetica) regna la Pietas. La solitudine non è altro che la conseguenza di una sacrale necessità espressiva di tradizione umanistica.

La Solitudine, di P.P. Pasolini.

Bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza e mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c’è;
specie d’inverno; col vento che tira sull’erba bagnata,
e coi pietroni tra l’immondizia umidi e fangosi;
non c’è proprio nessun conforto, su ciò non c’è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.
Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri
- e anche d’inverno, per le strade abbandonate al vento,
tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,
essi sono molti – non sono che momenti della solitudine;
più caldo e vivo è il corpo gentile
che unge di seme e se ne va,
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto;
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso,
non il sorriso innocente, o la torbida prepotenza
di chi poi se ne va; egli si porta dietro una giovinezza
enormemente giovane; e in questo è disumano,
perché non lascia tracce, o meglio, lascia solo una traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni.
Un ragazzo ai suoi primi amori
altro non è che la fecondità del mondo.
E’ il mondo così arriva con lui; appare e scompare,
come una forma che muta. Restano intatte tutte le cose,
e tu potrai percorrere mezza città, non lo ritroverai più;
l’atto è compiuto, la sua ripetizione è un rito. Dunque
la solitudine è ancora più grande se una folla intera
attende il suo turno: cresce infatti il numero delle sparizioni –
l’andarsene è fuggire – e il seguente incombe sul presente
come un dovere, un sacrificio da compiere alla voglia di morte.
Invecchiando, però, la stanchezza comincia a farsi sentire,
specie nel momento in cui è appena passata l’ora di cena,
e per te non è mutato niente: allora per un soffio non urli o piangi;
e ciò sarebbe enorme se non fosse appunto solo stanchezza,
e forse un po’ di fame. Enorme, perché vorrebbe dire
che il tuo desiderio di solitudine non potrebbe essere più soddisfatto
e allora cosa ti aspetta, se ciò che non è considerato solitudine
è la solitudine vera, quella che non puoi accettare?
Non c’é cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.  





+ Link  di  Franco Confessore

Un pezzo di "esplorazione attraverso ombre, riflessi e proiezioni...


consapevoli e inconsapevoli"


lunedì 20 maggio 2019

Gianfranco Mingozzi - Un viaggio tra La Dolce Vita, il tarantismo, la mafia, Luciano Berio e Flavia, la terribile e inquietante storia della monaca musulmana e il Cinema della Memoria.

[ - Gianfranco Mingozzi - Un viaggio tra La Dolce Vita, il tarantismo, la mafia, il film inchiesta e il cinema della memoria in un filo conduttore che si muove tra la cultura popolare di Ernesto De Martino e l' avanguardia di Luciano Berio, nel segno della memoria collettiva. - ]

Oggi voglio ricordare la figura del poco celebrato regista Gianfranco Mingozzi, soffermandomi sulla sua fase iniziale di carriera che noi possiamo tracciare all' interno di uno scenario e un fermento artistico che va' dalla Dolce Vita felliniana al cinema di genere della prima metà degli anni settanta, con un mio personale Focus sulla controversa opera borderline " Flavia la monaca musulmana "  del 1974.  Gianfranco Mingozzi ha contribuito con la sua macchina da presa all' emancipazione culturale del cittadino medio, o di estrazione proletaria, utilizzando il cortometraggio, il documentario e il film inchiesta, sopratutto nelle decadi degli anni sessanta e settanta con un appendice negli anni ottanta e dei successivi ma circoscritti episodi. Per me è un opportunità di misurarmi con un argomento del tutto nuovo, almeno per My Ideal Blog e in secondo luogo ne approfitto per parlarvi di un' opera della sua filmografia più tosto controversa e poco nota, considerando che il regista ha offerto un contributo al cinema di genere in una forma del tutto trasversale e innovativa e che proprio Flavia sia stato un tentativo ulteriore di voler documentare una storia sepolta e insabbiata dalla nostra cultura cattolica.

Questo bravissimo e illuminato regista e sceneggiatore nasce a Molinella il 5 Aprile del 1932 e cresce in una frazione di quel territorio, San Pietro di Capofiume, in provincia di Bologna, di conseguenza appartiene all' Emilia più popolare e tradizionale; un  aspetto molto importante per comprendere il suo ruolo nel cinema della memoria e della formazione collettiva, anche perché lo sguardo attento di Gianfranco Mingozzi è stato sorprendentemente in grado di trasferire nel documentario tutti quei linguaggi e quegli elementi in grado di incuriosire la persona comune, il neofita.
Prima di approdare nel mondo della regia e della sceneggiatura e valorizzare la macchina da presa e della celluloide con il suo certosino e inventivo mestiere si laurea in legge all' Università di Bologna, archiviata la fase degli studi comprende di voler fare altro e giunge a Roma per frequentare con ottimi esiti Il Centro sperimentale di cinematografia della capitale, diplomandosi, e quasi contemporaneamente lavorare in veste di assistente alla regia di Federico Fellini nella celebre opera " La Dolce Vita " dove tra l'altro ha anche un ruolo d' attore, e siamo nel 1961.

[ - Gianfranco Mingozzi e i documentari sul fenomeno del tarantismo salentino : Taranta e Tarantula 1961/1962 - Il rituale della Pizzica nel morso della Taranta - ]

Con il cortometraggio " Taranta " e il documentario " Tarantula ", lavori che nascono in un segmento temporale di un anno, tra il 1961 e il 1962, Mingozzi inizia a immergersi nella cultura popolare e socio - antropologica del mondo contadino con  un' interessante analisi visiva sul fenomeno del tarantismo salentino attraverso il rituale della Pizzica in relazione allo struggimento emotivo e psichico cagionato dal morso della Taranta. Un ottimo pretesto per andare a trattare le credenze esoteriche e musicali del fenomeno più affascinante della Puglia, sicuramente attratto dai documenti di Alan Lomax e Diego Carpitella.

Sopratutto nel documentario vero e proprio,  " Tarantula ", dobbiamo segnalare un dato molto importante, perché insieme al corto si tratta del primo documento filmato sul tarantismo " ufficiale" di cui noi abbiamo memoria,  ed è realizzato sopratutto con una meticolosa cura delle parti musicali grazie al contributo di Diego Carpitella,  a questo si vanno ad aggiungere la fotografia di Ugo Piccione, le consulenze di Ernesto di Martino e un mirato ma prezioso intervento di Salvatore Quasimodo. Mingozzi vive il tema dei suoi documentari con una capacità di interiorizzare storie e luoghi, umori e suoni, sentimento e emozione pressoché uniche, e la capacità di creare un team di lavoro funzionale come se fosse un gabinetto sperimentale mobile, aperto a voci esterne, dimostra una grande onestà  intellettuale e serietà professionale verso il pubblico che richiede un educazione alla conoscenza più che limpida.

- Nel mondo del documentario il nostro trova tutti gli stimoli necessari per crescere e nel 1966 arrivano dei riconoscimenti di grande pregio e rilevanza, quali il Leone D' Oro al Festival di Venezia, e la sezione Oscar per il documentario " Con il cuore fermo, Sicilia. -


[ - Il Film Inchiesta e la Mafia : La Violenza - Con il cuore fermo, Sicilia - La Terra dell' uomo - La controversa gestazione di un progetto d' approfondimento culturale in Italia.]

Il docufilm sulla Sicilia è un prezioso omaggio all' Italia, o meglio al popolo italiano, ma anche una concreta possibilità di offrire all' estero uno spaccato popolare simile ad un blues perché si tratta di una storia vissuta con gli occhi del sociologo e poeta Danilo Dolci, un grandissimo uomo che una volta trasferitosi dal Nord a Palermo ha scelto di battersi contro lo strapotere della Mafia.

Questo lavoro nato sopratutto da un' idea di Paolo Zavattini che coinvolge il giovane Gianfranco non ha avuto una gestazione facilissima perché il progetto nasce nel 1961 ma per il tema trattato si aliena i contributi economici di Dino De Lurentis che teme di avere delle ripercussioni, a tal punto da boicottarlo con tutti i mezzi possibili facendo fallire la casa di produzione. Soltanto intorno al 1964 Gianfranco Mingozzi riesce a concretizzare il progetto di Paolo Zavattini, nato come "La Violenza " e poi riscritto e ripensato ex novo come film inchiesta " Con il cuore fermo, Sicilia."  L' opera viene arricchita dal prezioso contributo dello scrittore Leonardo Sciascia.

Le parole di Gianfranco Mingozzi sono una preziosa testimonianza diretta al riguardo :

“L'idea di Zavattini era di fare un viaggio in Sicilia attraverso gli occhi di Dolci. Dolci era un pazzo, a pensare da solo di poter modificare gli uomini e il paese e però l'ha fatto, ci è riuscito, aveva volontà e coraggio ma aveva anche paura, era un uomo. Si sentiva protetto dagli abitanti del suo quartiere che lo amavano. Ma da chi non era intorno a lui la sua azione era vista come al di fuori di ogni logica”.

“Dopo tre settimane di ripresa De Laurentiis vide il materiale e bloccò subito il film. C'era del materiale scottante, come un‘intervista alla famiglia di un sindacalista ucciso, e De Laurentiis fece addirittura fallire la casa produttrice che doveva produrlo. Ciò bloccò legalmente il materiale che avevamo girato. Cercammo quindi di finanziarci da soli”.

“Sciascia mi sembrava assolutamente indispensabile come commentatore del film”.

Queste parole dove il regista racconta di prima persona la gestazione del documentario sono degli estratti di un intervista contenuta fra le opzioni extra della riedizione in formato DVD di  "Con il cuore fermo, Sicilia."  Questo film è il primo documento ufficiale realizzato con l' intenzione e la consapevolezza di trattare una tematica scomoda e controversa come lo è la mafia e di conseguenza detiene un grande primato.  Diversi anni dopo Gianfranco Mingozzi ritorna sul tema attraverso un lavoro realizzato per la Tv con il film inchiesta " La Terra dell' uomo " in verità mai andato in onda e finito di completare soltanto nel 1988. In ogni caso il tentativo di portare a compimento la proiezione è stato vano perché andava a parlare a ritroso, a partire dal boicottaggio avvenuto nei confronti dello stesso progetto originario di Paolo Zavattini, La violenza.


[ - La Rai, Gianfranco Mingozzi e Luciano Berio in " C'è Musica & Musica " nel 1972 - Un format in 12 puntate sulle nuove strade della musica colta e popolare nella ricerca contemporanea internazionale.]



Gianfranco Mingozzi offre un altro contributo molto importante per la cultura italiana lavorando per la Rai a stretto contatto con Luciano Berio e nel 1972 va in onda la serie di docufilm  C'è Musica & Musica " complessivamente sono 12 puntate dove il maestro della musica contemporanea spiega al popolo italiano il legame che intercorre tra Monteverdi e i Beatles, passando per Bela Bartok, John Cage, Peter, Paul & Mary e Rosa Balistreli, il tutto sorretto dalla preziosa regia del nostro. Nei primi anni settanta accade il miracolo di un servizio pubblico che osa e in dodici puntate da 45 minuti ognuna, alle ore 21, gli italiani assistono in prima serata  a C'è Musica & Musica, dove Berio illustra  tutte le evoluzioni e i collegamenti della musica colta.

Un prodotto ancora oggi insuperato. L' Avanguardia viene spiegata in un modo molto competente e serio tuttavia simpatico, perfino ironico, e il pubblico della Tv di Stato gode della compagnia d' un barbuto professore compositore confidenziale e rassicurante; difatti Berio si approccia con fare socio pedagogico, quasi come se fosse l' orso buono della musica Contemporanea.  Nel corso del format Luciano Berio parla e intervista Karlheinz Stockhausen, John Cage, Pierre Boulez, Gyorgy Ligeti, Iannis Xennakis, Cornelius Cardew ,Goffredo Pedrassi, Bruno Maderna, Luigi Nono, ma si sofferma anche sulle musiche del folclore popolare e sul
lavoro degli etno musicologi che Gianfranco Mingozzi aveva incontrato agli esordi, ai tempi di " Taranta " e " Tarantula " Alan Lomax e Roberto Leydi, inoltre si parla anche dell' istituto Ernesto De Martino e de " Il Nuovo Canzoniere Popolare Italiano ". Questi sono solo pochi nomi, tuttavia possono rendere l'idea del menù offerto dal programma televisivo che resta un esperimento divulgativo ancora oggi interessante e fresco, sfortunatamente mai più ripetuto, anche se in tempi di calcoli auditel attualmente è impensabile poter sperimentare una soluzione analoga. Esiste un Dvd + libro della serie Feltrinelli - Rai Cinema STORICO E NECESSARIO


[ - La Rai, Gianfranco Mingozzi Claudio Barbati, Annabella Rossi in " Sud e Magia " del 1978 -]

Un altro contributo interessante che Gianfranco Mingozzi offre alla Rai è il documentario  " Sud e Magia " del 1978, dove si parla ancora del Sud Italia, in particolare della Lucania, ma che viene concepito sopratutto per ricordare la figura di Ernesto De Martino.

Sud e Magia è un programma di quattro puntate concepito da un ottimo team di professionisti che vede Claudio Barbati, Annabella Rossi e Gianfranco Mingozzi ritornare in quei luoghi della memoria che sono impietosamente attraversati da una modernità fredda e industrializzata per riscoprire e documentare il paradosso della superstizione, della magia rituale e del paganesimo che si veste di cultura cattolica.  Mi vengono in mente due film storici come " Il Demonio " di Brunello Rondi realizzato nel 1963, e l' inquietante e scottante " Non si sevizia un paperino " di Lucio Fulci, un' opera del 1973 dove è  l' infanzia ad essere brutalmente al centro della scena. In questo format si ripercorre il passaggio di un mondo contadino povero che giunge immutato nell' epoca moderna del boom economico e delle lotte politiche degli anni settanta.  In questo passaggio temporale si sviscera a fondo le contraddizioni dei tempi ma si esaltano anche i valori della povera gente  per esempio nell' attenzione che viene data alla morte, perché al contrario della modernità  non viene rimossa nella coscienza collettiva ma al contrario è vissuta come un passaggio importante della vita delle comunità. La tradizione Lucana, la figura di uno studioso e di un  ricercatore storico della cultura popolare quale era Ernesto De Martino, a cui dobbiamo la memoria di questi luoghi, ci viene restituita con un prodotto all' altezza della situazione. Il mio rammarico è la poca considerazione che la Rai di oggi nutre per il suo stesso archivio storico perché queste perle andrebbero diffuse in una programmazione diurna e non notturna, e salvo Rai Storia, restano  tutte confinate in un limbo


IL FILM CULTO  [ - Flavia la monaca musulmana. Paese di produzione Italia, Francia. Anno 1974 - Gianfranco Mingozzi nel film più audace e controverso della cinematografia di genere italiana Sex & Violence - Tonaca Movie. Un dramma erotico con la struttura del docufilm storico.- ]

[ L' aspetto cinematografico prende vita sempre nella decade degli anni sessanta, con diversi film a soggetto tra cui vale la pena di menzionare " Trio 2 del 1967 e " Sequestro di Persona " del 1968, tuttavia è negli anni settanta che il regista offre forse il contributo più sperimentale e azzardato al mondo della " Settima Arte " andando a sperimentare nel cinema di genere, e nei territori più arditi ed estremi del fenomeno borderline " Sex & Violence " in un " Tonaca Movie " disturbatissimo ma paradossalmente popolare nei mercati di tutto il mondo che lo hanno riconosciuto come un Cult Movie. Il mio focus è incentrato proprio sul racconto di questa opera. ]

Gianfranco Mingozzi è noto sopratutto per essere un documentarista che in alcuni casi ha travalicato il genere cinematografico e va subito detto che Flavia la monaca musulmana è un prodotto di confine tra il cinema d' autore e quello di genere ma  più prossimo all' esperienza di tipo borderline. Flavia la monaca musulmana è un film assai crudo e forse eccessivo ma ispirato da un fatto storico realmente accaduto, la violentissima "Battaglia di Otranto" (fine sec XV) che portò alla beatificazione di 800 martiri cristiani. Si tratta di un' opera di culto ma a torto confusa con il fenomeno dei Tonaca Movie , un filone commerciale dove il sadismo erotico la faceva da padrone senza offrire un prodotto che alla lunga non risultasse banale e con il solo protesto, come nei sotterranei e dimenticati Nazi Eros, di lambire il confine labile fra erotismo e pornografia.

Nel film si narra di Flavia Gaetani  una donna costretta alla clausura per via di un padre padrone, quest' ultima nell' invasione dei saraceni vede una possibilità di brutale e iraconda vendetta verso l'uomo. Nella prima parte del film tutto è incentrato sull'ammirazione che Flavia nutre per sorella Agata le cui ispirazioni giovanili furono addirittura di papessa, e difatti  fra le due vi è un accumulo di odio verso quel mondo maschile che da sempre le ha schiacciate e umiliate da sfociare in una complicità psicologica che rivela tutto il tracciato portante della tematica a carattere storico che Mingozzi intende sviscerare, spostando l' attenzione dal punto di vista della donna che subisce lo strapotere religioso e politico dell' egemonia maschile di stampo cattolico - patriarcale.  Questo controverso e teso rapporto tra donne è la parte più visionaria e interessante del film, a tal punto che fra la novizia e la vecchia più che una fede vi è l'ambizione di un mondo nuovo strutturato quasi in una concezione politica matriarcale di proto femminismo larvato.

[ Agata , la cui giovinezza nascondeva un passato rivoluzionario dispensa queste parole a Flavia "... o diventiamo suore, o mogli, o puttane" ]

Il film però si concentra sopratutto nell' eccesso visivo di tutto ciò che ai tempi poteva essere la norma in ambito della tortura di guerra e di religione, infatti il regista Gianfranco Mingozzi in questo si avvicina agli eccessi Pasoliniani del film " Le 120 Giornate di Salò ", anzi, in alcuni casi il suo crudo realismo infonde un disagio maggiore, e sicuramente io stesso consiglierei il film solo se si è ben predisposti al genere. Gianfranco Mingozzi non fa che che dare vita attraverso le immagini  a ciò che concretamente accadde durante le terribile e funesti invasioni saracene, il tutto sorretto da una documentazione storica certosina e meticolosa, studiata proprio per la realizzazione di questo oscuro e seminale film di genere. Altro aspetto interessante è la libertà sessuale sfrenata di cui godranno alcuni cristiani dissidenti dopo le invasioni dei saraceni, sopratutto nell' atto delle torture e degli stupri, fra cui la stessa Flavia, come a voler mettere il luce una causa effetto di una sessualità repressa cagionata per volontà religioso patriarcale, in ogni caso poi corrotta dal sadismo e dai risvolti terribili e disumani della rabbia di genere. E' un film strano, forse molto complesso in quanto suddiviso in atti e quindi il cinema di Mingozzi, almeno in questo caso è debitore sopratutto al teatro, e questo è l'elemento che gioca a suo favore, oltre alla certosina documentazione storica che non confonde la pellicola in un vuoto trionfo di sterile Sex & Violence commerciale come andava tanto di moda in quei primi anni settanta italiani. Questa è un opera ferocemente anti religiosa e ad alcuni potrà dare fastidio, e quindi io di solito consiglio di guardarlo con un distacco critico valutandone i pregi del contenuto storico

Flavia, la monaca musulmana
Paese di produzione Italia, Francia
Anno 1974
Durata 100 min
Genere drammatico, erotico
Regia Gianfranco Mingozzi
Soggetto Raniero Di Giovanbattista, Sergio Tau, Francesco
Sceneggiatura Gianfranco Mingozzi, Fabrizio Onofri, Sergio Tau
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Nicola Piovani
Scenografia Guido Josia
Interpreti e personaggi

Florinda Bolkan: Flavia Gaetani
María Casarès: sorella Agata
Anthony Higgins: Ahmed
Claudio Cassinelli: Abraham
Spiros Focás
Luigi Antonio Guerra
Ciro Ippolito
Guido Celano

Doppiatori originali

Vittoria Febbi: Flavia Gaetani
Lydia Simoneschi: sorella Agata

[ - Coda  del servizio con argomento Extra : E-Book - Il Cinema della Memoria - Ferrara nei film di Gianfranco Mingozzi - ]

Ci sarebbe tanto altro da scrivere sulla figura di Gianfranco Mingozzi ma sopratutto è molto riduttivo concentrare tutto il suo percorso in un servizio, ed è chiaro che io abbia voluto circoscrivere una storia per focalizzarmi sugli aspetti a me più cari e vicini per quel che concerne il lavoro svolto da questo grande uomo della cultura italiana, tuttavia voglio segnalare una possibilità di ulteriore approfondimento parlando di un E - Book meritevole di lettura che si chiama " Il Cinema della Memoria - Ferrara nei film di Gianfranco Mingozzi "di Andrea Masacci, collana " Ferrara e il cinema "
Gianfranco Mingozi è nato a  a Molinella, di San Pietro di Capofiume, che del bolognese resta il paese più vicino a Ferrara dove il nostro instaura un legame molto forte fin dall' infanzia. Questo uomo di cultura che ci ha fatto dono dei migliori corti e documentari concepiti negli anni del boom economico non ha mai nascosto al pubblico il profondo amore per la città di Ferrara. Andrea Masacci ci parla esattamente di questo rapporto andando ad indagare nel cinema di Mingozzi, e lo fa' a partire dal seminale docufilm del 1962 " La Via dei Piopponi " per giungere al 1966 del documentario " Michelangelo Antonioni " dove omaggia un altro grande della storia del cinema per poi  riprendere il filo successivamente con il suo ultimo e grande film documentaristico  " La Vela Incantata " nel 1982, a cui seguirà una sua appendice nel 1993, " La Grande Magia " ( un documentario nel documentario, perché parla del prodotto realizzato nei primi anni ottanta, ripercorrendo però a ritroso tutto il filo comune che lo lega alla città anche rievocando le altre opere !)


In conclusione ...

In questo servizio ho volutamente estromesso il cinema, e la scelta di recensire soltanto " Flavia la monaca musulmana " è stata indotta dalla particolare e audace struttura del plot con le reminiscenze del documentario a film inchiesta ed infine la forma teatro in tre atti. Non ho voluto allargare ulteriormente la mia trattazione per cercare di esporre un Focus sul tema del film della memoria, un aspetto che in Mingozzi prevale sicuramente anche nel cinema, vedere l' impianto narrativo nei celebri erotici " L' Iniziazione " del 1987 e nel successivo " L' Appassionata " del 1988. Gianfranco Mingozzi è stato un attento testimone del novecento e il suo contributo è stato indubbiamente importante, in quanto ricettore di tutte le culture popolari.

L' Avanguardia del Cinema di allora, nel lavoro della regia e del soggetto di questa mente illuminata, sono state messe al servizio dell' umile spettatore perché questo artista della macchina da presa è stato un intellettuale del popolo non diverso da P.P. Pasolini, e io ho voluto rendere un grato omaggio al suo lascito. Devo molto a questa scuola e spero di essermi posto con umile rispetto.

Gianfranco Mingozzi muore a Roma in data 7 Ottobre del 2009, lasciando parte del suo archivio cinematografico alla Cineteca di Bologna, che gli dedica un fondo : Fondo Gianfranco Mingozzi -
Cineteca di Bologna. Per chi volesse approfondire ( www.cinetecadibologna.it)



sabato 11 maggio 2019

La Stanza della Musica. Una rubrica di approfondimento musicale : MeVsMyself ( La Voce Strumento di Giorgio Pinardi)



[ - La Stanza della Musica. Una rubrica di approfondimento musicale : Giorgio Pinardi Aka MeVsMyself - ]


Nuovo appuntamento per La stanza della Musica, la rubrica di approfondimento musicale di My Ideal Blog ( oppure nei casi circoscritti di recensioni discografiche) che oggi si concentra sul servizio di largo respiro per parlare sia della voce strumento che della multiculturalità in musica, un concetto assai caro ai grandi pionieri del genere, uno su tutti Don Cherry. Per il sottoscritto la voce strumento resta una bella tematica ma sopratutto una grande passione, mi vengono in mente i nomi più innovativi : Cathy Berberian, Joan La Barbara, Jeanne Lee, Phill Minton, David Moss, Fatima Miranda, Sainkho Namtchylak, Demetrio Stratos, Marta Raviglia.
In Italia noi tutti commettiamo sempre la leggerezza di circoscrivere il tutto al grande Demetrio Stratos i cui lavori Metrodora e Cantare la Voce, più le tante collaborazioni con i fari della " Nuova Musica " quali John Cage  sono ottime credenziali,  tuttavia tendiamo ad ignorare realtà veramente interessanti; nel jazz mi vengono in mente ottime maestre, tra cui Maria Pia De Vito che con il cd " Tumulti " ha offerto nuove vie da esplorare, poi ci sono personalità come Gaia Mattiuzzi e Rossella Cangini, spesso coinvolte nei progetti del maestro Massimo Barbiero, batterista, percussionista, compositore e teorico di un Jazz creativo e avanzato dalla forte connotazione filosofico intellettuale e umanistica, sia con Enten Eller che con Odwalla, Marmaduke, Silence Quartet e tanto altro ancora.
La figura di Marta Raviglia, da sola, ha generato una nuova scuola, da cui sono venute alla luce vocalità a tratti estreme oppure dedite a forme di introspezione trasversali, quali l' esoterica  Dalila Kayros attiva in ambiti di elettronica minimale e avant Pop, fino a lambire il Metal sperimentale e oscuro. Nel mondo del Pop più legato alla canzone d' autore che si contamina con il Jazz e la musica da camera possiamo ricordare il magnifico lavoro che John De Leo ha svolto con i primi Quintorigo, i gruppi del trombonista Gianluca Petrella e infine i dischi solisti, tra cui " Vago Svanendo "
Oggi vi voglio raccontare l' encomiabile lavoro svolto dal giovanissimo Giorgio Pinardi, incontrato casualmente nel mondo virtuale dei social con una proposta meritevole di interesse; nel farlo annuncio che è mia intenzione ritornare sul tema della " voce strumento " magari realizzando una nuova rubrica  chiamata " La Stanza della Voce "



GIORGIO PINARDI ( aka  MeVsMyself )

Giorgio Pinardi ha realizzato due ottimi cd per solo voce indagando sulle possibilità sperimentali 
dell'improvvisazione vocale attraverso una sorta di concettuale esperanto sincretico del canto come manifestazione espressiva del suono globale, di fatti questo giovane vocalist, cantante, compositore e performer, lavorando anche da un punto di vista di studio e ricerca etno musicologica è perfettamente figlio di questo nostro tempo, anche per la sua indole vicina all' umanesimo e alla creatività spirituale, e quindi di ricerca introspettiva vocale interiore. La globalizzazione di cui noi conosciamo in verità la componente conflittuale e nefasta e che attualmente stiamo vivendo più come separazione religioso- politico ed economica dell' umanità, più tosto che come comunione delle diversità, necessita di un collante culturale. Lo studio, la cultura, la musica restano degli ottimi viatici per compiere un ritorno a ritroso alle origini comuni dell' uomo, e quindi bisogna lavorare per un patrimonio e una ricchezza collettiva e identitaria.


[ - Il cantante, vocalist sperimentale e ricercatore Giorgio Pinardi, con il lavoro documentato nei due encomiabili Cd Yggdrasil del 2015, e l'attuale degno successore Mitclan si avvicina  ad un  Recitarcantando  in viaggio dove l' idioma è una forma d' Esperanto globale 2.O, svolto attraverso il linguaggio della "Voce Strumento" che è la chiave di lettura universale, naturale, spirituale e ancestrale che ci ricorda il valore aggiunto del sincretismo etnico culturale, ma vorrei sottolineare che la componente ritmica e danzante non viene meno perché i due lavori di cui oggi vi voglio parlare sono il battito di una dinamo propulsiva in musica, ma sopratutto la testimonianza umana e  culturale di uno studio svolto con una grande volontà di sacrificio e pensiero, umiltà e cuore. - ]

Seguendo il percorso biografico di Pinardi, scopriamo che fin dai sei anni si approccia alla voce con il desiderio di esserne parte preponderante e quindi degno strumento, difatti inizia il background nel modo più consueto ma migliore, nel prestigioso Coro delle Voci Bianche della Scala di Milano, studiando la grande tradizione del canto lirico e partecipando fin da giovanissimo ad opere quali il  Faust ( Piccolo Teatro Studio di Milano) Parsifal  ( Teatro alla Scala).  Lo Step successivo è lo studio della musica attraverso tutte le possibili gamme dello strumento musicale che avviene durante l'adolescenza, da prima con la chitarra, successivamente con il pianoforte, le tastiere e il basso elettrico.
Quasi contemporaneamente avviene il passaggio dal canto lirico a quello moderno che lo porta a studiare e a diplomarsi al NAM di Milano.  Giorgio Pinardi decide di esplorare tutte le possibilità del canto, e lo fa con sacrificio ma sopratutto serietà, scegliendo diversi corsi di formazione e approfondimento  gestiti da prestigiosi insegnanti :  per il canto armonico il maestro Trang Hang Hai, oltre che Roberto Laneri, Anna - Maria Hefele, Sainkho Namtchylak. 
Nel campo del fraseggio e dell'improvvisazione troviamo Bob Stolov, Daniela Panetta, Laura Fedele ( per quel che concerne il Jazz) poi il Beatbox e la Vocal Percussion con Jake Moulton e David Worm e Roxorloops, poi ancora Joey Blake, Luisa Cottifogli, Rhiannon ( Circle Song e Impro Vocal)  le polifonie africane con Anita Daulne delle Zap Mama, le Body Percussion con Javier Rumero Navanjo, Daniel Plentz e Charles Razi. Doveroso da parte mia precisare che l'elenco di queste esperienze è soltanto parziale poiché lo spazio a disposizione non mi consente la completezza, però rende bene l' idea dello studio vocale che c'è dietro ai dischi Yggdrasil  e  Mitclan


L'indagine vocale e musicale svolta da Giorgio Pinardi sintetizza in due prestigiosi dischi licenziati e prodotti dalla label indipendente Alterjinga - Yggdrasil e Mitclan - due facce della stessa medaglia, e sono i suoni di ogni parte del globo che ci raggiungono passando dalle casse di un buon impianto Hi-Fi  con le affascinante reminiscenze di tutte quelle antiche culture che l' Occidente ha da troppo tempo dimenticato. Il cantante milanese riunisce in una telaio sonoro dove improvvisa, costruendo nuove architetture del canto, le più disparate forme tradizionale della vocalità, partendo dalle diplofonie triplofoniche dei  monaci della Mongolia, alle coralità delle polifonie rituali e ancestrali delle tribu africane dei pigmei per giungere al canto berbero " Gnawa ", quindi ad antiche espressioni nordafricane mediterranee di blues desertico, ed arriva anche in Sardegna, dai nostri Tenores.
La struttura di questi album è giocata tutta sul canto ed è sorretta soltanto da alcuni campionamenti improvvisati, un aspetto che avviene sempre in presa diretta, attraverso le infinite possibilità offerte anche dai moderni studi di registrazione, ma vorrei ribadire l' autenticità della proposta perché all' ascolto si comprende benissimo che Giorgio Pinardi si è voluto muovere su delle indicazioni lasciate in eredità sia da Demetrio Stratos che da Bobby McFerrin, tra l' altro sono traiettorie che risultano ancora oggi preziose e indispensabili per affrontare certi " viaggi " verso l' Essenza più vera e pura della musica.

Entrambi gli album hanno la durata media dei 40 minuti e potrebbero interessare anche al fruitore di World Music perché Pinardi sceglie di utilizzare uno sperimentalismo vocale decisamente popolare e inclusivo, dove è la commistione degli stili e dei suoni del mondo a prevalere, di conseguenza la proposta si fa' trasversale, e potrebbe essere interessante per chi ama il Jazz, volendo anche un certo Rock d' Autore non banale e mai scontato ( Mike Patton, Quintorigo) L' Associazione Alterjinga nel promuovere e nel supportare questa musica utilizza il mondo del Web e tutte le nuove piattaforme offerte dalla realtà virtuale, dal social network come passaparola, a Soundcloud e You Tube, dove in maniera più che democratica si possono ascoltare entrambi gli album o visionare dei contenuti di tipo promo - audiovisivi.  Giorgio Pinardi esordisce con il suo primo progetto  musicale di senso compiuto e dalla struttura concettuale tipica dell' album nel 2015 con la produzione di Alterjinga in collaborazione con il Panidea Studios di Alessandria ; Yggdrasil viene licenziato come MeVsMyself, un moniker scelto evidentemente con l' intenzione di raggiungere più mercati possibili, ma sopratutto porsi oltre il limite ( è inutile ricordare il significato di Vs, inteso " Versus ", credo che tutti lo conoscano, almeno in relazione alla Boxe)
Giorgio Pinardi Aka MeVsMyself  ha scelto di dare una continuità al progetto del 2015 cercando di porsi oltre gli steccati e i limiti dell' esordio, considerando che ogni vera opera prima deve essere una porta d' accesso per un viaggio iniziatico del suono, e con il nuovo Mitclan, che sarà oggetto di una mia recensione, avviene il degno passaggio di consegna, frutto  anche di una buona evoluzione interiore e di uno studio che ha portato il cantante verso la strada dei Masterclass e dell' insegnamento e tante altre iniziative interessanti nei festival e nei teatri e negli auditorium.

[- Recensione discografica : MeVsMyself - Mitclan ( Alterjinga 2019) - ]

E' tempo di sviscerare a fondo tutti gli aspetti della ricerca sperimentale di Giorgio Pinardi aka MeVsMyself e La Stanza della Musica lo fa' attraverso il nuovo progetto Mitclan ( Alterjinga 2019) che è l' ideale evoluzione del canto del nostro, già tracciata dall'interessante e avventuroso Yggdrasil. Prima di entrare nel dettaglio dell' opera voglio premettere che non sono di quelli che amano citare Demetrio Stratos e gli Area a tutti i costi e ancor di più catalogare e definire lo stile e l' umore del genere, anche se nel caso di alcune proposte bisogna semplificare per coinvolgere il pubblico neofita e poco avvezzo alla sperimentazione e alla ricerca.

Quello che mi ha colpito di MeVsMyself è in verità la sintesi delle musiche popolari ed etno - folcloriche di provenienza euro - asiatico, asiatico - africana ed esotico occidentale in un buon amalgama di stratificazioni vocali e sonore che mi riportano ad un eventuale idea di musica multiculturale e in questa stessa spinta conservo nella mia memoria molte esperienze analoghe compiute nell' ambito del Jazz vocale, dalla napoletana Maria Pia De Vito di Phoné, in particolar modo Triboh ( in trio con Rita Marcotulli e Arto Tunchboyciyan) alle pugliesi e poco menzionate Faraualla ( la trilogia Faraualla, Sind, Sospiro) ed ovviamente Bobby McFerrin, e volendo anche Mike Patton quando si trova coinvolto nelle estrose rivisitazioni Klezmer e Yddish di John Zorn nella Tzadik Label. Le otto tracce di Mitclan confermano quanto da me scritto perché sono sorrette da un background più che completo ed eterogeneo dove sicuramente ci sono anche i lontani echi del Demetrio Stratos di Cometa Rossa e Metrodora, anche se più che altro sono evidenti i contributi che il cantante degli Area offrì ai progetti etnico progressivi di Mauro Pagani e dei Carnascialia ( una costola del Canzoniere del Lazio) intorno alla fine degli anni settanta.

Per onestà intellettuale io suggerirei di fare una tabula rasa dei nomi e degli stili fin qui citati più che altro come specchietto per le allodole per il neofita e per chi è attualmente a digiuno di novità discografiche, e di conseguenza inquadrare il progetto MeVsMyself come un figlio legittimo del nostro tempo, dove è la voce l' unica musica nuda protagonista come si evince dalle composizioni dell' album.  In questo consapevole viaggio nei suoni del mondo colpiscono certi richiami ancestrali africani di " Mbuki - Mvuki " e la sintesi del sincretismo di un oriente sospeso tra il medioriente berbero e i venti dei canti dei balcani di Tin Hinan, le sperimentazioni delle polifonie più ardite di Sigyzy, il trasognante tracciato della conclusiva Eostre, che si evolve verso trame e reminiscenze psichedeliche. I momenti più immediati di Mitclan sono sicuramente tre : la nenia iniziale che ci invita in maniera sinuosa e indolente all' ascolto " khnum ", la percussiva e ritmica " Gurfa " in pieno stile McFerrin, per concludere voglio mettere in luce l' ideale ponte Africa - Brasile del brano " Orwurm "

Che altro dire ?

Un supporto determinante per la nascita dei progetti di Giorgio Pinardi aka MeVsMyself licenziati da Alterjinga è indubbiamente lo studio di registrazione Panidea di Alessandria, dove si sono create tutte le condizioni ottimali per la realizzazione di Yggdrasil e di Mitclan, e quindi segnalo il lavoro professionale svolto da Paolo Novelli per quel che concerne tutti gli aspetti tecnici legati all' editing, il mixing e il mastering delle opere in questione. Il contributo di Paolo Novelli è stato indubbiamente prezioso anche nella resa dell' arrangiamento e il Panidea Studios si conferma un ottimo posto dove
poter valorizzare la resa e la registrazione di un progetto discografico.

MeVsMyself è un bel progetto MultiKulti che potrebbe essere caro anche a chi frequenta figure come Don Cherry, Colin Walcott e Nana Vasconcelos, quindi la trilogia CoDoNa della E.C.M, poi Joe Zawinul e affini. Un nome che io consiglio vivamente di tenere in considerazione.




giovedì 9 maggio 2019

Il Pierrot Lunaire di Arnold Schönberg : Teatro, musica e poesia nella rivoluzione dodecafonica del 1912.



PIERROT LUNAIRE 1912 : TEATRO, MUSICA E POESIA NELLA RIVOLUZIONE DODECAFONICA DI ARNOLD SCHONBERG


[ - Se è arte non può essere popolare e se è popolare non può essere arte - Arnold Franz Walter Schönberg ]

Arnold Schönberg nasce il 13 Settembre del 1874 a Vienna e viene a mancare a Los Angeles il 13. Luglio 1951. Arnold Franz Walter Schönberg è stato un compositore austriaco naturalizzato statunitense ( ... Non sono tedesco né europeo, forse neppure un essere umano, ma un ebreo) ma sopratutto è stato uno tra i primi, nel XX secolo, a scrivere musica completamente al di fuori dalle regole del sistema tonale, difatti è noto per essere un fautore degli applicatori del metodo dodecafonico, basato su una sequenza comprendente tutte le dodici note della scala musicale cromatica temperata. 
Il Pierrot Lunaire è il manifesto per eccellenza della nuova rivoluzione della musica dodecafonica, anche perché questa opera si è manifestata attraverso diverse discipline, quali il teatro, il balletto, il cinema e tutto ciò che rappresenta l'estetica del bello nell' arte. 
Tale opera oltre a rappresentare la nascita ufficiale della musica moderna resta un manifesto imprescindibile per tutti coloro che hanno affrontato e approcciato il mestiere del fare arte e da cui discende tutto ciò che artisticamente ha influenzato la ricerca e la sperimentazione in ogni ambito contemporaneo del 1900, compreso il rituale del rock attraverso le contaminazioni con il teatro, il mimo, la danza, la regia, la scenografia. 
Il Pierrot Lunaire è un' opera necessaria, sicuramente la più POPolare tra tutte le pagine della ricerca sperimentale in ambito colto e accademico, in quanto permane ancora oggi come un esperienza totale del maestro Arnold Schonberg, memore sia del lascito popolare di Giacomo Puccini che con una profonda ammirazione per ( il quasi coevo) George Gershwin :

Diversi musicisti non considerano George Gershwin un compositore "serio". Non vogliono capire che "serio" o no è un compositore – vale a dire, un uomo che vive dentro la musica ed esprime tutto, "serio" o meno, profondo o superficiale che sia, per mezzo di essa, perché è la sua lingua materna

Mi sembra che Gershwin sia stato indubbiamente un innovatore. Ciò che ha creato con il ritmo, con l'armonia e la melodia non è esclusivamente un fatto stilistico.

Arnold Schönberg a proposito di George Gershwin

Il Pierrot Lunaire è senza dubbio una sorta di manifesto dell'espressionismo musicale ma anche una tabula rasa, uno spartiacque tra il prima e il dopo concepito come un manifesto " dodecafonico " modernista figurativo, basato su un ciclo di Lieder estratti da una raccolta di poesie del simbolista Albert Giraud , per la precisione ventuno su cinquanta, tradotte poi da Otto Erich Hertleben, suddivise in tre gruppi di sette. La composizione è catalogata come l'opera 21 del maestro, ed è eseguita per voce femminile recitante, pianoforte, flauto, ottavino, clarinetto, violino, viola e violoncello.
La trama vede per protagonista il poeta Pierrot, un eroe malinconico e triste dalla personalità ambigua e decadente raccontato in un immagine romantica ma deformata attraverso vere e proprie scomposte smorfie, che sono il frutto di una crescente inquietudine interiore che si proietta in scenari grotteschi e allucinanti. Pierrot, il poeta triste decanta la luna, sua massima musa ispiratrice, nel contempo vive di un' angoscia così profonda da immaginarsi assassino, infine dopo tanto tormento e autolesionismo ed esasperato cinismo sceglie la strada del ritorno nella natia Bergamo. Nel suo ultimo canto il Pierrot invoca il ritorno dell' antico profumo delle fiabe. Un vero capolavoro indispensabile per comprendere tutto il fermento artistico culturale che ha poi attraversato il Novecento.

" Detesto che mi si definisca rivoluzionario... sin dai miei esordi sono stato sensibilissimo alla forma e ho avversato con tutta l'anima le esagerazioni. "

 " Un artista è come un melo: quando è giunta stagione comincia a sbocciare e poi a produrre mele... Il genio impara solo da sé stesso, il talento soprattutto dagli altri "

Info e curiosità tipicamente Italiane ?

L'opera ispira un trio di Progressive Rock atipico non canonico, i Pierrot Lunaire , una band laziale capitanata dai compositori Arturo Stalteri e Gaio Chiocchio che incise due interessanti lp  tra cui Gudrun, la loro seconda prova, forse la più debitrice al mondo di Arnold Schönberg . Arturo Stalteri è un ottimo compositore di minimal classic music, ma sopratutto un conduttore e divulgatore culturale della radio di stato.
In ambito Rock Wave è la band fiorentina dei Litfiba ad ereditarne alcune fascinazione poetico iconografiche, almeno in un ambizioso doppio lp che per il sottoscritto resta il capolavoro del Rock made in Italy, 17 Re del 1987. Piero Pelù ha raccontato il poeta triste e pazzo Pierrot Lunaire con il brano Pierrot e La Luna. "  

( Patrizio De Santis)




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