My Ideal Blog : Globalartisticfusion.blogspot.com di Patrizio De Santis Patrizio De Santis è titol

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Questo blog è nato come se fosse un'isola felice dove sperimentare una scrittura personale e condividere le mie passioni con qualsiasi internauta interessato alla bellezza. La sua dinamo propulsiva è la passione e l'amore per l'Arte. Ho realizzato uno spazio libero e autogestito, impostando tale contenitore come se fosse un potenziale Magazine cartaceo di approfondimenti culturali e artistici. Global Artistic Fusion è una sintesi della mia ricerca popolare e culturale: un mondo che vi offro nel My Ideal Blog 2.0

venerdì 28 settembre 2018

Time - Kim Ki-Duk (2006)



Time , Kim Ki-Duk (2006)

Time del coreano Kim Ki-Duk di cui è degna di menzione l'intera parabola artistica, è a mio avviso un film che può fare la differenza nell'immediatezza visto che rispetto a tante altre sue produzioni è sicuramente la più diretta. Si tratta di una storia sentimentale ma dai risvolti inquietanti, attraversata da una cupezza ossessiva legata al dubbio d'amore, covato da parte di una donna.  La protagonista stravolge il suo volto e la propria esistenza per paura dello scorrere del tempo in relazione alla biologia del corpo umano. Sparisce dalla vita del proprio uomo per ritornare in una nuova veste. Meraviglioso.

Ed ora chi è senza peccato scagli la prima pietra : La Samaritana


La Samaritana : è un film del 2004 diretto da Kim Ki-duk, presentato al Festival internazionale del cinema di Berlino, con tanto di assegnazione di un premio quale l'Orso d'argento per il miglior regista. La pellicola parla essenzialmente del dolore di un padre per la figlia prostituta, ed è raccontato magistralmente da un poeta della cinematografia contemporanea, considerando l'encomiabile talento di Kim Ki-Duk. 

Link You Tube :
Kim Ki-Duk - La Samaritana - Trailer italiano :
(Ed ora chi è senza peccato scagli la prima pietra)


La locandina di Ferro 3 : La Stanza Vuota.


 

Ferro 3 è un vecchio film di Kim Ki Duk del 2004. Ferro 3 : La Stanza Vuota è stato presentato alla 61ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, in concorso come "film a sorpresa", una pellicola molto particolare e per certi versi piacevolmente inquietante, che lega il coreano alla famosa e celebre  "estetica del silenzio " del primissimo Michelangelo Antonioni in bianco e nero. 
Ferro 3 , insieme a L'Isola, sono i migliori lasciti della prima produzione del coreano, mentre con Time, La Samaritana e Pietà , il regista si fa largo nel cinema d' autore mondiale, ovviamente di settore e nicchia, tuttavia la poesia non verrà mai meno.

Pietà - Kim Ki Duk (2012 - Corea del sud)


 

Pietà di Kim Ki-Duk,  è un film del 2012 diretto da Kim Ki-duk, presentato alla 69 Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia dove ha vinto il Leone d'oro. Il titolo è palesemente ispirato alla Pietà di Michelangelo. Pietà è la storia di uno spietato usuraio crudele e impietoso che non si fa scrupoli a storpiare i poveracci del quartiere o amputare gambe e mani per riprendersi i soldi sotto gli occhi di madri e mogli disperate. Questo fino a quando non ritorna sua madre, dopo trent'anni di assenza.
La donna lo abbandonò dopo il parto e dopo averlo seguito a lungo diventa la sua ombra ma lo spietato usuraio diffidente le chiede di mangiare alla sua tavola offrendogli una polpetta con dentro un pezzo di vetro, ignara lei accetta, continuando a masticarla con devozione pur sentendosi il palato e la lingua lacerata , offrendo cosi al figlio pentimento e sangue. 
Lui pensando che sia una pazza la violenta. Nel corso dei giorni il ragazzo cambia e tra di loro si instaura un legame di complice dolore , attraversato da una spietata durezza. La madre vuole redimerlo fino alle estreme conseguenze e ripercorre i fatti delle sue atroci malefatte facendo in modo che il figlio sia sempre presente. 
L'apice del film è il momento capolavoro dell'opera del regista coreano. Lei si trova su di una cantiere dove tempo fa il giovane aveva gettato il figlio di un anziana signora malata , gli fa credere che alle spalle ci sia l'anziana intenta a minacciarla. L'usuraio si getta a terra invocando pietà , piangendo come un bambino ma avviene un fatto sconvolgente, che sorvolo ... La giovane donna deve in qualche modo farsi Pietà , madre di tutte le madri , per la redenzione del proprio amore , sangue e carne. L' epilogo , i colpi di scena , il dipanarsi delle affascinanti e drammatiche trame di questa opera di Kim Ki Duk , ora spetta a voi. Buona visione.

giovedì 27 settembre 2018

Una pericolosa storia d'amore ai tempi del Terzo Reich raccontata con un romanzo e un film. Il cinema che non è giunto in Italia è omosessuale.

Aimée & Jaguar è un film drammatico del 1998, tratto dal documentario Love Story, una vicenda tristemente accaduta e reale,una passionale storia di amore omosessuale fra Erica Fischer, di razza ariana e la breve vita dell'ebrea Felice Schragenheim, nascosta e protetta fino alla fine da quest'ultima, consorte di un ufficiale del Terzo Reich.
Ovviamente il documentario era tratto da un romanzo , mentre questo film cerca di compensare il vuoto che intercorre fra il libro e il documentario, con un prodotto all'altezza delle aspettative, di solito non è un operazione affatto facile, il confronto è impietoso, non sempre il film è in grado di rendere la stessa idea di un romanzo o un documentario. 
Il film uscì al cinema nel 1999, creando scalpore e molti veti e censure, sopratutto in quelle nazioni dove pudicizia e bigottismo religioso hanno ancora oggi forte presa , infatti in Italia non è mai stato trasmesso in sala. È distribuito in DVD in lingua originale sottotitolato in italiano.

Breve trama :

Lily Wust è la moglie di un soldato del Reich impegnato sul fronte orientale, ed è la perfetta madre di famiglia dei tempi , una donna ariana con quattro figli da educare alle rigidi convezioni morali della Germania Nazista. Felice Schragenheim è invece una ragazza ebrea che vive sotto falso nome, attivamente impegnata nelle attività clandestine della Resistenza. L' incontro fra le due generò un amore cosi forte da dissolvere il credo nazionalista ariano della Wust e la stessa fede religiosa della Schragenheim ma non senza conseguenze ...

Aimée & Jaguar


Titolo originale Aimée und Jaguar
Lingua originale tedesco
Paese di produzione Germania
Anno 1998
Durata 125 min
Rapporto 1,85:1
Genere sentimentale, drammatico, storico
Regia Max Färberböck
Sceneggiatura Max Färberböck,
Rona Munro
Produttore Günter Rorhbach, Hanno Ruth

Casa di produzione Senator Film Produktion
Fotografia Tony Imi Bsc
Montaggio Barbara Hennings
Effetti speciali Frank Schlegel,
Morton McAdams
Musiche Jan Andrzej Paweł Kaczmarek
Scenografia Albrecth Conrad,
Uli Hanisch
Costumi Barbara Baum
Trucco Gerlinde Kunz,
Gerhard Nemetz,
Horst Allert

Interpreti e personaggi
Maria Schrader: Felice Schragenheim (Jaguar)
Juliane Köhler: Lilly Wust (Aimée)
Johanna Wokalek: Ilse
Elisabeth Degen: Lotte
Detlev Buck: Günther Wust
Inge Keller: Lilly Wust anziana
Kyra Mladeck: Ilse anziana
Sarah Camp: Frau Kappler
Klaus Manchen: Herr Kappler
Margit Bendokat: Frau Jäger
Jochen Stern: Werner Lause
Peter Weck: Chefredakteur Keller
Lia Dultzkaya: Hulda
Dani Levy: Fritz Borchert







  

lunedì 30 luglio 2018

Nico : The End ( Expanded Remaster. 2CD Deluxe Edition on 1 October 2012.)

Nico : The End ( Expanded Remaster. 2CD Deluxe Edition on 1 October 2012.)  

Nel primo Ottobre del 2012 la Universal ha celebrato un album storico, The End di Nico, forse il più influente, anche se rispetto alle precedenti prove resta un incisione sicuramente di minore impatto, tuttavia il suo merito è quello di cercare nuove strade, poi approfondite da tanti altri musicisti di derivazione Post Punk e Dark Wave. The End resta un manifesto di apocalyptic folk i cui livelli di profondità sono immersi in un flusso di suoni funerei ben più grevi di The Marble Index e Desertshore, è ciò anche grazie ai contributi di Brian Eno ai sintetizzatori, e le leggere incursioni acide e farraginose della chitarra di Phill Manzanera, due Roxy Music. Anche in questo caso è la supervisione e la produzione di John Cale a fare da collante superlativo, e quindi a valorizzare lo stile volutamente monotono e catartico del canto di Nico, che porta in dote il suo fedele Harmonium. The End è un disco forse più concretamente "europeo" e attinge a piene mani nella radice teutonica dell' autrice, ed è anche un sentito omaggio alla figura tragica di Jim Morrison.
Il disco in questione sembra essere un corpo sonoro a parte, avulso dal tempo, infatti fin dalla sua pubblicazione resta un prodotto in largo anticipo con i tempi; un' impressione già presente nella sua vecchia produzione. Come ho già scritto, a livello di suono The End è più proteso verso l'ondata di musica nichilista di stampo dark gotica di fine anni settanta e inizio anni ottanta, un motivo per cui io stesso tendo ad ascoltarlo sempre con un maggiore interesse, pur preferendo un opera come The Marble Index.  Le litanie pagane di Nico vengono completamente immerse nei sintetizzatori di Brian Eno, la cui ricerca, nata come musica per "non musicista",  raggiungerà apici considerevoli, se si considera che l'anno successivo l' inglese, costretto da una lunga degenza, avrebbe concepito l' opera Discreet Music. I brani di The End sembrano fluttuare in un inquietudine insolita, più prossima alla morte, in quanto tutto ciò che si percepisce è ancor oggi, un funebre testamento straniante, come se parlasse in prima persona di un corpo fisico vivo, ma con la morte dentro. Non è improprio asserire che questo disco sia di fatto il canto del cigno di Nico.

Inizialmente la musica di Nico era una forma minimale di cantautorato da camera, un folk raffinato e all' avanguardia ma oscuro, ma con questo 33 giri si viene a completare un percorso di estraniazione attraverso suggestioni diverse. Va precisato che il merito dei musicisti coinvolti è considerevole : John Cale, con la sua produzione, e supervisione, in più il tocco da eccelso e multiforme poli strumentista, organo elettrico, pianoforte, basso e percussioni ; infine i sintetizzatori di Brian Eno e la chitarra di Manzanera.
L' album si apre con un trittico vertiginoso di brani che sono fra le elegie più dissolute decantate dall' artista, infatti "It Has Not Taken Long", oltre alla voce macabra della cantante, si eleva per un coro inquietante di bambini, che aprono le porte per la successiva medioevaleggiante e oscura  "Secret Side" ; il tratto comune dei brani in questione, oltre al cantato spettrale e allucinato, risiede nelle trame vertiginose dell' organo di Cale, che ammantano i giri di Harmonium di Nico.
La differenza a questo punto regna sovrana nella ballata pianistica di "You Forgot to Answer"che ben valorizza il sermone lugubre delle liriche decantate dalla cantante. Questa canzone nel corso del tempo è diventata un simbolo. La successione di questi tre brani, da soli, giustificano l' opera come fondamentale, mentre il resto è la riproposizione del tipico stile che Nico aveva già espresso in "Desertshore", forse appena un gradino sotto, vale la pena però citare "Innocent and Vain" e "Valley of the Kings".
L' elegia esoterica di "We've got the Gold" ci narra le gesta degli alchimisti, ma in generale, in tutto l'album vi sono riferimenti alla storia dei nibelunghi e un forte richiamo al paganesimo, ciò fa si che una volta giunti all' inferno edipico di "The End", un brano "morrisoniano" talmente sfigurato da sembrare autografo, Nico voglia di fatto chiudere un fase della sua vita, memore delle proprie radici. Va detto che l' omaggio, più che sentito, sia portante e centrale, a tal punto che questa opera non sarebbe la stessa senza l'intensità della cover in questione, però è giusto specificarne l' originalità, perché nella sua folle elegia non esiste alcun viaggio sciamanico, in stile psichedelico Hippy al peyote, giusto una lugubre decadenza mortale. 
Tutti i musicisti coinvolti fanno di questa nuova resa di The End un brano prossimo all'avanguardia art Rock, sopratutto nella suggestione maggiore, che risiede nell' interpretazione teatrale di lei, come una sacerdotessa rituale dell' oblio più malsano. Potete constatare di persona tale fascinazione, subito dopo il celebre verso " "Father? Yes, son. I want to kill you… Mother? I want to… " quanto un rantolo sgradevole, e soffocato, colpisce l' ascoltatore con un inquietante disagio, seguito dallo stridere dell' organo e del pianoforte, con l' harmonium e il sintetizzatore in sospensione che lasciano il posto alla coda acida delle chitarre di Phill Manzanera. 
Infine, a suggello del tutto, giunge una macabra rilettura dell' inno tedesco "Das Lied der Deutschen" che suggerisce molte chiavi di lettura, e non solo un tributo alla terra madre, al contrario, come nel caso di Jimi Hendrix e dell' inno americano trasfigurato al festival di Woodstock,  l' impressione è che Nico voglia smuovere sopratutto un' atto d' accusa verso i padri, fautori del terribile secondo conflitto mondiale, le cui macerie sono anche la memoria dei vari genocidi etnici, a partire dagli ebrei per giungere alle etnie nomadi rom, e le persecuzioni verso gli omosessuali, in sintesi tutto ciò che storicizzato conosciamo della prima metà del novecento.

( P. De Santis)

" Questa è la fine, bellissima amica
Questa è la fine, mia unica amica, la fine
Mi fa male lasciarti libera
Ma tu non mi seguiresti mai
Alla fine delle risate e innocenti bugie
La fine delle notti in cui provammo a morire
Questa è la fine "

Jim Morrison 

La riedizione della Universal, licenziata sul mercato il primo Ottobre del 2012, ci offre un bonus cd di materiale di vario genere ; peel session, demo, outtakes. Per chi già possiede l' album originale del 1974, nulla che sia cosi fondamentale, a differenza del corposo Book, dove è possibile leggere tutta la storia di questa perla discografica ( sempre se muniti però di una lente d' ingrandimento !)

lunedì 16 aprile 2018

Il motore del duemila : Il futuore dell' automobile e altre storie (Automobili - Dalla e Norisso)

Automobili è il terzo atto della storica collaborazione fra Lucio Dalla e il poeta, scrittore Roberto Roversi ma anche il segno di un proficuo percorso condiviso che giunge al termine con una piccola incrinatura che solo il tempo saprà risanare. E' una grande opera concettuale sulle automobili musicalmente rifinita e dai suoni moderni, raffinati, concepita per essere rodata sopratutto per un ascolto itinerante e live, con tanto di band da supporto attraverso uno spettacolo che si chiama "Il futuro dell' automobile e altre storie." Ovviamente è l'indirizzo popolare di Dalla il pomo della discordia con Roversi che firma la parte testuale con lo pseudonimo di Norisso per obbligo contrattuale. Da questa tensione però viene fuori un prodotto notevole e molto interessante, e quindi
la creatività non né risente affatto. Ora occorre fare una digressione e analizzare bene il motivo della rottura fra i due. Il futuro dell' automobile e altre storie in verità è l'idea portante dove Franco Roversi imprime il calco della sua firma ma questo concept non corrisponde al 33 giri Automobili, nato solo in parte da ciò che venne eseguito live e offerto nel 1976 alla Rai per essere trasmesso con un buon riscontro di successo. l'intellettuale, rispetto a Lucio Dalla, voleva la realizzazione di un doppio lp che mantenesse il titolo originale, il cantautore d'accordo con la R.C.A, optò per un sunto da la cui sintesi restarono fuori brani come "Ho cambiato la faccia a Dio" (che noi conosciamo però con il titolo "Un comunista", incisa nel 1990 in "Cambio") 
Ritornando al 33 giri c'è da dire che il suo ascolto risulta ancora oggi fresco e contiene dei brani con un potenziale e un inventiva godibilissimi sia per le orecchie più esigenti dei precedenti "Il giorno aveva cinque teste" e " Anidride Solforosa " che per chi avrà modo di apprezzare  le successive incisioni di Lucio Dalla, che personalmente io stesso amo, almeno fino al 1982. 
Brani come "Nuvolari"  e "Due ragazzi" sono la conferma di quanto ho appena scritto, infatti non hanno bisogno di molte presentazioni ma tutto il resto non è da meno, a partire dall'apertura " Intervista con l' avvocato" che precede "Mille miglia (prima e seconda parte) Il vero manifesto di Automobili è "Il motore del duemila" ( il brano fra l'altro è stato anche reinciso in un fortunato disco condiviso con Gianni Morandi) le cui parole descrivono il dubbio di un futuro alienato dalle macchine "Noi sappiamo tutto del motore, questo lucente motore del futuro ma non riusciamo a disegnare il cuore di quel giovane uomo del futuro, non sappiamo niente del ragazzo fermo sull'uscio ad aspettare dentro a quel vento del duemila, non lo sappiamo ancora immaginare"
Automobili è di fatto un album, come ho già scritto all'inizio, concepito per una band e l'esecuzione in pubblico, vi sono i contributi del fedele maestro e arrangiatore Ruggero Cini, a cui si deve la riuscita di tutta la trilogia con Roberto Roversi, le tastiere del futuro Ron, allora Rosalino Cellamare, il basso di Mario Scotti e Marco Nanni, le corde di  Luciano Ciccaglini, la batteria di Giovanni Pezzoli affiancata dalle percussioni di Toni Esposito, le ance di Lucio Dalla e Rodolfo Bianchi, il coro delle Baba Yaga, in sintesi, tralasciando qualche nome, tanto Jazz e Rock filtrati in un equilibrio Pop che non può che incontrare il gusto popolare di più generazioni e pubblici. Da tutta questa esperienza in Lucio non può che nascere l'esigenza di un cambiamento che avviene con il successivo e bellissimo "Come è profondo il mare" e una collaborazione insolita, l'opera Progressive collettiva
" L' Eliogabolo" di Emilio Locurcio e Gaio Chiacco, con Ron, Teresa De Sio, Arturo Stalteri, Claudio Lolli ( da questo doppio lp sarà tratto anche un breve sunto, una coda titolata  "L' Eliogabolo Operetta Irrealista") Il poeta, scrittore, editore, libraio, Roberto Roversi ritornerà ad essere la figura simbolo della cultura bolognese, fino alla sua morte, subito dopo la dipartita dell' amico cantautore. Ora tutti questi lp sono riuniti in un box "Nevica sulla mia mano" contenente quattro cd, gli album originali più dieci brani inediti, il tutto accompagnato con tanto di interessante book pieno zeppo di info e manoscritti dei due che raccontano il loro straordinario sodalizio artistico, inoltre vi sono contenuti interessanti documenti fotografici.


Il motore del duemila
sarà bello e lucente
sarà veloce e silenzioso
sarà un motore delicato
avrà lo scarico calibrato
e un odore che non inquina
lo potrà respirare
un bambino o una bambina


Ma seguendo le nostre cognizioni
nessuno ancora sa dire
come sara' cosa farà nella realtà
il ragazzo del duemila
questo perchè nessuno lo sa
l'ipotesi è suggestiva
ed anche urgente
ma seguendo questa prospettiva
oggi ne sappiamo poco o niente...


Noi sappiamo tutto del motore
questo lucente motore del futuro
ma non riusciamo a disegnare il cuore
di quel giovane uomo del futuro
non sappiamo niente del ragazzo
fermo sull'uscio ad aspettare
dentro a quel vento del duemila
non lo sappiamo ancora immaginare.

sabato 14 aprile 2018

Anidride Solforosa - Tu parlavi una lingua meravigliosa (Lucio Dalla e Roberto Roversi nel secondo atto di una trilogia libertaria senza precedenti storici )


Anidride Solforosa - Tu parlavi una lingua meravigliosa

Anidride Solforosa è di fatto il secondo atto di una collaborazione storica fra due carismatiche figure della Bologna più trasversale e anticonformista, l'inclassificabile cantautore Lucio Dalla e il poeta, scrittore, professore Roberto Roversi, un ex partigiano che si era distinto nella resistenza. 
Rispetto all'esordio "Il giorno aveva cinque teste", la cui stravaganza proto-progressive aveva offerto ottimi spunti ma anche un senso di straniante incompiutezza, sicuramente voluta, in Anidride Solforosa tutti gli ingredienti sono pienamente a fuoco e i versi del poeta riescono a penetrare a fondo il formato canzone, in quanto prossimi alla forma cantautorale di Lucio, ovviamente c'è la stessa ricerca di soluzioni musicali inedite del precedente atto, però vengono dispensate con cautela, anche perché in questo lp l'intento di entrambi gli autori è quello di produrre un risultato ottimale e più popolare. Purtroppo la risposta del pubblico sarà limitata al circuito off dei tempi ma c'è anche da dire che il fenomeno del cantautorato politico era una novità e Dalla pagava lo scotto del festival di Sanremo e di un lp fortunato come "Storie di casa mia" realizzato con Francesca Pallottino e in parte con i contributi del fedele amico Rosalino Cellamare ( Ron ). La collaborazione con la Pallottino non si era del tutto estinta e infatti nel 1974 si concretizza un tiepido successo di classifica con il singolo Anna bellanna

Con questo lavoro i due tornano ad occuparsi delle tematiche della precedente opera ma attraverso un linguaggio sicuramente più coeso e immediato, seppur originale, come nel caso dei brani Mela di scarto, riguardante il carcere minorile, con di nuovo Torino protagonista visto che si fa riferimento al Ferrante Aporti (nel disco "Il giorno aveva cinque teste", Torino era stata citata in diversi brani) mentre nel caso di Carmen Colon si tracciava l'inquietante storia di cronaca nera di un  Alphabet Killer. Interessanti casi di nuova canzone di denuncia sociale sono anche le originali trame del brano "Le parole incrociate" dove lo sfruttamento proletario del meridione da parte della nuova borghesia industriale del nord viene sottolineato da una indovinata citazione di un traditional siculo," Ciuri Ciuri ", alla fisarmonica, mentre nell'eloquente "Borsa valori" il situazionismo musicale si concretizza con dei brevi intermezzi d'archi che riprendono le celebri Raindrops Keeps on my hand e Singing' in the rain. Le punti di diamante  di questo 33 giri sono veramente tante a partire dalla stessa "Anidride Solforosa", complessivamente è un lavoro in cui ogni cosa funziona in un equilibrio perfetto al di fuori della stessa trilogia Dalla-Roversi e lo possiamo anche considerare il capolavoro dello stesso cantautore, poiché mai più il bolognese vorrà inseguire questo sentiero, anche se il successivo "Automobili" è ancora oggi di qualità eccelsa e forse è invecchiato meglio. Ritornando nei solchi di questo vinile vi sono brani che risplendono più di tutti gli altri a cominciare dalla visionaria "Ulisse coperto di sale", a mio avviso un brano manifesto degli anni settanta , un vero inno all'utopia di una stagione che sembrava destinata a fare proseliti in ogni campo ma fallisce proprio nell'impossibilità di rendere concreto un discorso fin troppo radicale, visto che il mondo stava andando in un altra direzione, e l' estremismo delle frange armate della politica extra-parlamentare è di fatto il canto del cigno di un epoca, in quanto astutamente manovrato dal sistema; la strategia della tensione non è altro che la fine di un sogno collettivo.

Ma cosa resta alla fine di tutta questa storia se non la poesia melanconica e struggente dell' amore, visto già da lontano, in una stazione dove riaffiora il ricordo di un fuoco mai spento, come nel caso di "Tu parlavi una lingua meravigliosa ", un ritratto dolce-amaro che possiamo immaginare come un film ambientato in una Bologna non ancora funestata dalla strage di stato di quel terribile 1980. In questa dolcissima visione di "miele aspro" il binomio Dalla e Roversi rifugge il sociale e l'anarchia e si concede uno struggimento senza precedenti, perché "Tu che parlavi una lingua meravigliosa " è anche il riaffiorare di un piccolo sogno sentimentale giovanile che sfuma per sempre nel passato. L' utopia di quella stagione dopo tutto può benissimo convivere con la stessa "lingua meravigliosa" del sentimento dell'amore, e poi entrambi gli autori erano e resteranno dei poeti, un cantautore e uno scrittore che per un attimo si sono sfiorati sulla stessa lunghezza d'onda. Automobili è il principio della fine, il pomo della discordia realizzato con il contributo del professor Roversi solo per obbligo contrattuale, poiché non farà sua l'esigenza di una forma canzone più lineare e nazional popolare voluta da Lucio, e  firmando come Norisso egli mette un punto definitivo a questa storia.

mercoledì 14 marzo 2018

Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923 – Bologna, 14 settembre 2012) è stato uno scrittore, poeta, paroliere, giornalista, e libraio italiano, in gioventù partigiano; dal 1948 al 2006 gestì la libreria Palmaverde di Bologna



Lucio Dalla e Roberto Roversi : Il Giorno aveva cinque teste ( primo atto!)

Lucio Dalla - Il Giorno aveva cinque teste (1973)

Nei primi anni settanta la carriera artistica e musicale di Lucio Dalla era più che consolidata sia negli ambienti giovanili che nel pubblico trans generazionale nazional popolare. Dagli esordi Beat del biennio 1965/1966 , preceduti da una lunga gavetta come clarinettista e sassofonista Jazz , il futuro cantautore Bolognese aveva riscosso il plauso definitivo con il festival di San Remo e il brano 4 Marzo 1943 , non ultimo il successivo Piazza Grande. Non pago di questo unanime consenso e forse per via di un eccentricità multiforme , in parte ereditata dalla sua passione per il Jazz , Lucio Dalla sentì il bisogno di sperimentare e cercare nuove evoluzioni sonore per far crescere la sua canzone, di fondo sentì anche un esigenza di carattere politico e sociale come era lecito aspettarsi da uno nato in terra rossa.
Lucio più di tutto era un uomo irregolare e anticonformista e il suo ideale era un socialismo anarchico , e non di stampo comunista, vista anche la sua conclamata esigenza di omosessualità , assai osteggiata nella sinistra più prossima al pauperismo filo-sovietico o maoista, castrista. Trovò terreno fertile attraverso un carteggio intellettuale con il Professore poeta e narratore Roberto Roversi , firma storica della rivista letteraria culturale " L' Officina " e la scintilla che scoccò fra le due menti partorì poi una collaborazione assai coraggiosa per i tempi ma dagli scarsi esiti commerciali, acclamata solo per un plauso della critica specializzata ma destinata a crescere insieme con tutta quella Bologna alternativa, ai tempi attraversata dal fermento post sessantottino che convoglierà poi nello storico movimento del 77 , forse il vertice assoluto della Città.

Tutto questo sperimentare, nei suoni come nelle liriche,  troverà un vero amalgama nel successivo Anidride Solforosa , il capolavoro , e nel conclusivo Automobili. ( To be continued ... Seguitemi in questo viaggio !)Lucio Dalla e Roberto Roversi nel 1973 concretizzeranno il primo frutto di un sodalizio destinato a crescere in maniera coerente e nitida solo a partire dal secondo lp , poiché Il Giorno aveva cinque teste ,oggi come allora suona assai dispersivo per via dei troppi ingredienti e delle sperimentazioni musicali ai limiti della stravaganza , forse  perchè figlio dei tempi , strizzava l'occhio al Progressive ma senza volerlo lambire del tutto. Questo primo capitolo della coppia , di cui è giusto e doveroso  aggiungere il contributo del maestro arrangiatore Ruggero Cini , ha enormi pregi dal punto di vista concettuale per via di tematiche sociali molto coraggiose legate all'emarginazione e all'impoverimento culturale , il tutto narrato in dieci canzoni o favole allegoriche che restano sfuggenti , e senza mai volersi incontrare rendono l'ascolto estraniante , lasciando qui e là sensi di profonda inquietudine , a volte attraversati da una lirica poesia o dissacrati da un ironia sui generis e al vetriolo. I vertici assoluti e forse i più compiuti dell' album sono le disperate storie degli operai del sud Italia in cerca del miracolo economico di Torino e Milano , nei brani L' Auto targata T.O e L' Operaio Gerolamo. Entrambi godono di una costruzione musicale eccelsa , rispetto a taluni brani dove la stravaganza prende troppo la mano , inoltre descrivono in maniera reale il senso di disperata alienazione del dramma migratorio di allora , sia nel raccontare di un padre di famiglia che si reca a Torino in cerca di una possibilità di rivalsa sociale , che nel cupo racconto della morte bianca dell' operaio Gerolamo in un cantiere di Milano. Il resto del disco è puro pessimismo e la descrizione dell'alienazione meccanico-industriale di questa Italia del Nord si compenetra con una natura che resta una zona franca , oppure un forte presagio dove il crimine può passare inosservato , quindi un luogo minacciato dal nuovo che avanza. Lo sprazzo di luce arriva con la perla grezza della fiaba Il Coyote , forse una delle interpretazioni più belle di Lucio , ed è L' Utopia  che si fa avanti negli animi dei puri , quindi rappresenta il senso di bellezza che sopravvive e vince su tutto. Personalmente poi vorrei fare una menzione speciale per la canzone conclusiva del primo atto di questa trilogia , perché nel brano La Bambina ,  uno dei più stravaganti ma a mio avviso eccelsi , Lucio oltre a cantare la fine di un epoca, ovvero il miracolo del Boom economico degli anni sessanta , dispensa il suo migliore assolo di Sax su di un arrangiamento in stile Love Unlimited Orchestra ma in salsa pseudo Progressive.

mercoledì 7 marzo 2018

La Noia di Alberto Moravia - Analisi analitica e recensione di un romanzo fra i più interessanti del millenovecento.

Ecco il resoconto di una mia lettura , o meglio, non una recensione ma più tosto una  personale e intima riflessione da lettore onnivoro, oserei dire sentimentale poiché sono solito innamorarmi sovente delle storie narrate nei romanzi , sopratutto  se c'è il colpo di fulmine, e per certi versi un analogia con la mia vita.
La scrittura analitica e psicologica di Moravia è cosa nota e La Noia non si discosta dal bellissimo Gli Indifferenti , va detto che vi è un che di esistenziale, e nel contempo morale , in ogni caso è una critica al mondo borghese ma anche all'alta società del dopo guerra.
Il tema del mal di vivere attraverso il tedio della noia più esistenziale e anaffettiva , per certi versi mi è appartenuto, anche perché in questo caso si parla di un giovane pittore, Dino , il resto sicuramente molto meno visto la mia estrazione contadino proletaria. Va detto che Il giovane pittore è sfuggente nei confronti di una madre possessiva e di un mondo edificato attraverso un auto compiaciuta ricchezza, atteggiamento tipico dell'alta borghesia , inoltre viene sottolineata l'incapacità di comunicazione con il sesso femminile coetaneo. Vista l' incapacità di far vivere la propria pittura , egli trova l'alibi nel tedio di tutto e nell'esistere stesso nella realtà, attraverso anche l'amore che nutre per Cecilia, una ragazza di estrazione inferiore, modella di pittori ma aspirante attrice e sessualmente libera , tuttavia come Dino priva di responsabilità e consapevolezza
Un logorroico individuo pedante che incontra una pratica ragazza che vive in funzione dei propri piaceri o bisogni, in quanto naturale, spontaneo che si traduce in un incosciente vivere strumentale e strumentalizzante a secondo del momento, imbastendo più relazioni.
Un meccanismo perverso si instaura tra i due, Dino la vuole amare solo per il piacere del possesso in maniera tale di giustificare un tedio tale da non percepire Cecilia come concreto innamoramento , salvo poi riprendere l'equilibrio frantumatosi con la pittura .Un discorso macchinoso sorretto dalla ragazza perché tutto sommato divertente e insolito, e perchè le piace la situazione ,  difatto, interrogata in tal proposito, sulla natura di questa ambiguità non si pone alcun perché , se non un laconico e inespressivo intrigante piacere. Non vado quindi oltre , la trama non va completamente svelata perché è avvincente , in grado di sorprenderci tutti, e per quanto possa ancora oggi essere attuale, può seriamente indurre il lettore ad una profonda riflessione sulla decadenza di un ordine etico e naturale del rispetto , necessario per ogni rapporto e interscambio di natura umana, nel privato come nel sociale. La Noia parla di un individuo senza strutture , appoggi, completamente alienato dalla vita sociale e dalla modernità E' un ritratto profondo, addirittura spietato sui fallimenti e le delusioni di un giovane pittore senza infamia e lode viziato, consapevole di un agiatezza sociale che odia e rifiuta , seppur non vi rinunzia per mancanza di virtù e carattere, un uomo irrisolto che mostra  il suo limite rifiutando la figura stessa della donna, la madre , così come l' oggetto dell'amore , non ultimo,  musa , nella costante presenza di Cecilia. Il limite morale del personaggio in esame però ha del tragico poichè corrisponde ad una vita che si perde in verità nell'ossessiva ricerca di un opposto irraggiungibile , ovvero Cecilia, una figura assai più ipocrita e priva di etica ma con una personalità  forte e definita, in quanto strumentale , ed è proprio per tale motivo che l'arte del pittore resta inespressa in una pittura mai nata. Il ritratto di una generazione spregiudicata in quanto priva di valori, sopratutto nell' assenza di consolidare un qualsiasi merito sociale , che si traduca in un desiderio di realizzazione di presente attraverso un progetto che goda di una concretezza più matura e pragmatica.
Concludo dicendo che La Noia è un romanzo che andrebbe letto cercando di guardare anche un po se stessi e il proprio vissuto , poiché in questo romanzo è possibile scorgere molti punti in comune con le nostre attuali vite, sopratutto se messe  in relazione con la società di oggi , seppur il nostre presente è di fatto temporalmente lontano dalla storia sviscerata da Alberto Moravia.

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